di Dino Greco
Credo che fra le virtù più necessarie da coltivare vi sia quella di guardare con somma attenzione alle altrui posizioni, anche a quelle che confliggono apertamente con le proprie, per scoprirne e recuperarne le parziali verità, per mettere a frutto quanto in esse vi è di utile e per sconfiggerne più agevolmente il nocciolo negativo. Sta qui la sostanza della dialettica e la chiave dell’egemonia.
Se il congresso del Prc ha segnato un limite, questo non è consistito nella durezza (inevitabile) dello scontro, ma nella sostanziale impossibilità di sottrarre il confronto al sovraccarico di tossine, di recriminazioni, di idiosincrasie personali sedimentate nella stagione di una direzione del partito troppo a lungo incardinata sul ruolo dominante del suo leader carismatico.
Quando il deficit di democrazia si protrae nel tempo e la crisi latente è mascherata dalla sovraesposizione di un uomo solo, è fatale che la sconfitta, soprattutto se delle proporzioni apocalittiche che abbiamo subìto, non generi immediate resurrezioni, quanto piuttosto violente rese dei conti. Ed anche ingenerose e liquidatorie attribuzioni di responsabilità.
E’ anche alla luce di queste considerazioni che mi è parso di cogliere, nelle frasi di Vendola a conclusione del congresso di Chianciano, un flagrante paradosso: egli si è candidato a guidare un partito (che ha assicurato di non voler sciogliere) la metà abbondante del quale è stata accusata, nell’ordine, di essere prigioniera di una vocazione minoritaria, di professare un patetico feticismo identitario, di aspirare a riesumarsi come piccola, settaria formazione marxista-leninista, priva di pensiero critico, antimeridionalista, incapace di una moderna lettura dei processi, plebea, ignorante, dedita al culto di un comunismo rétro, ossificato, inerte, “putrefazione del pensiero”. Allora, viene spontaneo chiedersi cosa intendesse fare, Vendola, di questa parte del “suo” partito, una volta che ne fosse diventato il segretario.
Trovo poi specularmente incomprensibile che sia rimasta sotto traccia la consapevolezza dello iato che nel partito come nel Paese si è aperto fra governanti e governati, fra un notabilato istituzionale che guarda al mondo con una benevolenza che è forse il riflesso di una propria soggettiva condizione, ed una “base” sempre più inertizzata, consegnata non al protagonismo, ma all’ascolto passivo dei propri leaders occupati nella tribuna mediatica: “non è la coscienza che determina l’essere reale, è l’essere sociale che determina la coscienza”, direbbe il Marx dell’Ideologia tedesca. Mi ha colpito quella critica, per quel che ne so inedita, alle presunte “intemperanze” della sinistra radicale durante il governo Prodi, così simile alle accuse rivoltele dal PD e da un sindacalismo confederale da anni prigioniero di un catatonico immobilismo, quasi che l’ininfluente presenza dei comunisti al governo, la siderale distanza fra le promesse programmatiche e l’azione concreta dell’esecutivo non stessero alla base della disillusione di tante persone.
E come reagire alla stessa “mutazione antropologica” di cui parla Vendola, alla profonda crisi di soggettività politica e sociale dei lavoratori, sospinti in tanta parte nel lavoro precario e servile e ciononostante -e forse proprio per questo- guadagnati o rassegnati o assuefatti ad una condizione di avvilimento, fatalisticamente vissuta e introiettata? Prendendo atto che questo processo degenerativo è il frutto bacato del capitalismo vittorioso, mostro onnivoro e globalizzato, al quale opporre con spirito “realistico” una propensione adattiva, fortemente impregnata di tatticismo, persuasa che all’afasia sociale può venire in salvifico soccorso una più che modesta presenza istituzionale? Oppure non conviene, proprio alla luce dell’esperienza appena conclusa, dedicarsi ad un lavoro duro, inevitabilmente di lunga lena, che si fa per immersione dentro quel sociale di cui si ammette di aver perso comprensione, scansando l’illusione di scorciatoie politiciste?
Una grande sinistra non la si evoca nostalgicamente, la si costruisce, dal basso, a partire dalla riorganizzazione del conflitto e attraverso esso della rappresentanza del lavoro, in primo luogo nei rapporti di produzione, là dove il capitale ha costruito le premesse della propria supremazia sociale, politica, culturale.
La insistita contrapposizione fra le necessità dell’elaborazione teorica e le urgenze del movimento, fra manovra politica e prassi sociale conduce inevitabilmente all’evanescenza dell’una e alla sconfitta dell’altra.
La questione del governo si pone allora come esito necessario e maturo di un mutato rapporto sociale, non di effimere alchimie politiche, non come impossibile funzione surrogatoria delle proprie impotenze. Se lo fai ugualmente promuovi solo un ceto politico, non affermi una politica. O il governo è lo strumento per un cambiamento reale, graduale sì, ma vero e percepibile, oppure il contraccolpo sulla tua base di riferimento è micidiale. E non perdona, come in effetti è accaduto.
Ha ragione Mario Tronti: il solo centrosinistra utile è quello che ha per baricentro una forte sinistra; se il fulcro sta nella sua parte moderata si danno due soluzioni elettorali e due sole, o un centrodestra forte o un centrosinistra debole, consegnato alla sconfitta.
La ricostruzione di un punto di vista comunista non deve inseguire la pretesa di un pensiero totalizzante ed in sè autosufficiente.
Un sapere più comprensivo ha bisogno dell’interlocuzione, della contaminazione con forze, culture, esperienze diverse. Guai a chi pretendesse di custodire nel proprio scrigno una “verità rivelata” da sfoderare come salvifico passe par tout.
Serve semmai un di più, non certo un di meno di apertura mentale per comprendere la pervasività di quel processo di “rivoluzione passiva”, di egemonia delle classi dominanti che ha sconfitto ogni seria prospettiva di trasformazione sociale e politica. E per scoprire come opporvisi, come rimettere concretamente in gioco una strategia utile a formulare soluzioni per l’oggi e a tracciare un orizzonte non velleitario per il futuro.
Dunque, da domani, occorre abbandonare ogni autolesionistica propensione alla lacerazione e alla diaspora che tanti veleni ha disseminato.
Chi ha vinto il congresso lo deve fare unilateralmente.
La sfida non è a chi grida l’invettiva più insultante nel campo più prossimo, ma è come contrastare/disgregare efficacemente il blocco sociale e politico che sta devastando la democrazia costituzionale e che sta facendo arretrare i rapporti sociali oltre ogni limite conosciuto da tre generazioni a questa parte.
La sfida è come arrestare la ruzzola che sta smontando -pezzo dopo pezzo- ciò che resta dei diritti del lavoro conquistati in epoca repubblicana. E non si tratta di una battaglia solo difensiva o di restaurazione. Perché è sin d’ora chiaro che è necessario proiettarsi oltre le esperienze conosciute.
Ci sono, in questo Paese, risorse intellettuali che possono coadiuvare questo sforzo intelligente di ricerca, di proposta, di lotta.
Questo è il compito che è davanti ad ognuno, cui merita dedicare ogni energia: per chi a Chianciano ha prevalso e per chi ha visto le proprie ipotesi sconfitte; per chi deve resistere alla tentazione di ritagliarsi un ruolo rancoroso, alla ricerca di una rivincita interna e per chi, avendo l’onere primario di guidare il partito, deve farlo con la più grande apertura, senza autistiche chiusure, nella consapevolezza che la via da percorrere è ancora tutta da costruire e che per farlo occorre un concorso ed un consenso ampio.
Su queste basi soltanto sarà possibile riaprire le porte e le finestre di quelle case della sinistra rimaste per troppo tempo chiuse e ridare ossigeno alle speranze di quanti e quante non hanno alcuna intenzione di rassegnarsi.







Sui compiti del presente, come giovane segretario di un piccolo circolo di periferia, ho due piccole richieste da rivolgere al nuovo CPN: 1) ci stampate un pò di manifesti con il nostro simbolo e la scritta “SIAMO TUTTI CLANDESTINI”, 2) contestualmente al referendum antiproibizionista proposto nel documento finale del congresso avviamo una campagna sociale e culturale per dar vita in Italia alla Comunità Rasta più grande d’Europa!
Attuare il documento congressuale e ri-avviare le Case della Sinistra
non perdiamo tempo ……
Concordo al 100%
Credo non ci sia altro da aggiungere vista la giustezza e la profondità di analisi.Quando “vincitori” e “vinti” avranno preso cooscienza dele semplici verità contenute nell’articolo, avremo vinto la nostra scommessa. Gli inizi sono desolanti con i dirigenti della mozione 2 che invitano a non partecipare (sabotare) alla direzione del partito a livello locale. Lavoriamo in ogni federazione e in ogni circolo per smentire, a livello di base, questi dirigenti che seminano divisione all’interno del partito in nome di unità dellla sinistra. Divisi all’interno e untari all’esterno: non è che questi dirigenti si trovano più a loro agio con i vari compagni di sinistra democratica che on i compagni di Rifondazione Comunista ? Un dubbio che spero presto si scioglierà. saluti Claudio
Prc: svolta a sinistra o trasformismo?
Marco Ferrando*
Il settimo Congresso del Prc, nella sua dinamica e nel suo esito, non può davvero essere ridotto a fatto interno di partito. Esso è parte di un processo più generale di ricomposizione della sinistra italiana, e per questo richiama, anche per il Partito comunista dei lavoratori, la responsabilità di un giudizio politico impegnativo.
Ho e abbiamo un rispetto profondo per i militanti e gli iscritti di Rifondazione comunista, ove ho militato per quindici anni. E ho ragione di credere che questo rispetto sia ricambiato. Proprio per questo voglio onorarlo col dono della sincerità - com’è dovere dei comunisti - fuori da ogni ipocrita diplomatismo.
No, non ho visto nell’esito del settimo congresso quella svolta strategica “a sinistra” che tanti tendono in questi giorni, per interessi opposti, ad esaltare o demonizzare. Ho visto piuttosto un altro fenomeno, sicuramente anch’esso “di svolta”, ma di altra natura: un ricambio traumatico degli assetti dirigenti, nel segno di una guerra spietata per la leadership e di uno spregiudicato trasformismo.
Il cuore del vecchio gruppo dirigente “bertinottiano” ha perso non un congresso, ma un partito: più precisamente il “suo” partito, quello che per lungo tempo è stato il partito del segretario, e dei gruppi dirigenti che egli ha raccolto e selezionato attorno a sé sulla base della fedeltà alla linea. Quel gruppo dirigente - è bene riconoscerlo - non è stato travolto da un complotto interno, ma, in ultima analisi, dall’onda d’urto della disfatta di quell’intero corso politico che ha trascinato Rifondazione nel governo del grande capitale, e che per questo l’ha compromessa, contro i lavoratori, nei sacrifici sociali e nelle missioni di guerra.
Ma proprio qui sta, a me pare, il primo paradosso del congresso. La nuova leadership non solo non è stata l’esito di una battaglia interna contro quella lunga politica di compromissione, ma si è improvvisamente incarnata nell’unico “ministro comunista” del governo confindustriale di Prodi: ossia in chi, fino all’ultimo e senza incertezze, ha direttamente cogestito per due anni le politiche della borghesia (col plauso postumo di D’Alema); ha pubblicamente difeso il proprio voto ministeriale a tutte le scelte di fondo del governo (decreto antirumeni incluso); ha avuto persino un ruolo diretto nella repressione di quelle minoranze interne del Prc che, in fasi diverse e con diverse coerenze, contrastavano o disturbavano il governismo del partito. Non è un po’ singolare?
Osservo questo, sia ben chiaro, non per contestare il diritto alla conversione politica anche la più repentina, che è un diritto democratico di chiunque, persino di un ex ministro, persino se avviene dopo la caduta del governo e alla vigilia di un congresso. Ma perché questo interroga la credibilità politica della “svolta a sinistra” che il congresso ha annunciato, e quindi la stessa natura del nuovo Prc nella sinistra italiana.
Dov’è il segno della “svolta strategica”, nelle stesse pieghe del documento congressuale conclusivo?
Nel testo approvato dalla nuova maggioranza non vi è un solo rigo - uno solo - sulle responsabilità del Prc negli anni di Prodi contro i lavoratori e i movimenti (neppure sulle missioni di guerra). Si dice semplicemente che «è superata la collaborazione organica col Pd nella fallimentare esperienza dell’Unione». Ma questa non è né un’autocritica, né una svolta: è la banale constatazione postuma di un decesso.Nel testo si legge che «è sbagliato» riproporre oggi il centrosinistra «quando il Pd ha una linea neocentrista» e «i rapporti di forza esistenti» sono sfavorevoli. Dunque se un domani il Prc si rafforzasse e il Pd “riaprisse” al Prc, si potrebbe ritornare al governo col Pd di Calearo e Colaninno? Emblematico è il passo sulle giunte locali. Dove non c’è alcuna rettifica di linea generale. Si dice semplicemente che «andranno verificate» sui contenuti. Ma è quello che si ripete ritualmente da tredici anni; è quello che ha ritualmente ribadito persino il recente congresso del Pdci (!); è la frase canonica con cui si rimuove la verifica impietosa dei fatti, quelli che vedono assessori di Prc e Pdci in tutta Italia coinvolti da anni in amministrazioni sempre più impresentabili (inclusa la provincia di Milano, la Toscana, la Liguria, come ieri l’Abruzzo…). In base ad una linea nazionale spregiudicata che ha sempre usato la partecipazione alle giunte come canale di rapporto col centrosinistra nazionale, o come leva negoziale di pressione per ricomporre il centrosinistra. Il fatto che il primo atto del nuovo segretario del Prc sia stato quello di rassicurare il Pd sulla continuità delle giunte chiarisce ogni dubbio al riguardo. E’ questa la “svolta a sinistra”?
Peraltro da quando è nato, il Prc celebra in ogni congresso una “svolta a sinistra”. Fu chiamata “svolta a sinistra” l’opposizione al governo Dini nel ‘95: ma servì a preparare contrattualmente il primo accordo di governo con Romano Prodi (’96). Quello del voto al pacchetto Treu e ai Cpt. Fu chiamata “svolta a sinistra” quella del ‘98, poi ricelebrata nel 2002, sullo sfondo della stagione dei movimenti: ma servì a ricostruire la massa critica negoziale per ricomporre il secondo governo Prodi (2006), con tanto di sottosegretari, ministri, presidenze. L’attuale “svolta a sinistra” del Prc si muove in un contesto politico certo più problematico e con un partito notevolmente più debole: ma la sua immutata ambizione è quella di favorire il ritorno, in prospettiva, nel grande gioco del governo.
Del resto, se il “comunismo” rimane - per citare Ferrero - un puro “universo simbolico”; se dunque, al di là delle parole, tutto si riduce all’esistente (cioè al capitalismo reale), per quale ragione di principio si dovrebbe rinunciare ad un assessore oggi e a un ministro domani? Se tutto si riduce all’esistente, il governo dell’esistente diventa il tutto: cioè la meta della politica. E l’opposizione, anche la più gridata, diventa ogni volta l’anticamera del governo o della sua ricerca. Questa è stata la storia della socialdemocrazia e dello stalinismo nella lunga pagina del Novecento. Quella Rifondazione che avrebbe dovuto ripudiarla, l’ha invece riproposta, seppur in miniatura.
E qui osservo un secondo paradosso del settimo congresso. Meno appariscente del primo, ma forse ancora più clamoroso. Quello che ha visto la confluenza attorno a Ferrero, in una comune maggioranza politica, di quei gruppi dirigenti del terzo e quarto documento che avevano formalmente evocato, anche contro Ferrero, la necessità di una autentica Rifondazione. E’ troppo vedere anche qui il segno triste del trasformismo? Il terzo e quarto documento avevano denunciato pubblicamente per mesi la “falsa alternativa” tra Ferrero e Vendola. Avevano raccolto il voto di migliaia di militanti comunisti del Prc attorno al rifiuto del bipolarismo interno. Avevano raccolto più in generale, su basi politiche diverse, una domanda reale di svolta strategica, comunista e classista, del partito.
Ma tutto questo patrimonio di quadri e militanti è stato portato in dote alla nuova leadership in sole 48 ore. La “svolta operaia” di Falce e Martello si è improvvisamente inchinata alla continuità degli assessori. La celebrazione retorica della Rivoluzione d’Ottobre si è sposata con “la ricerca della non violenza”. Il comunismo più ideologico o formalmente “rivoluzionario” ha scoperto “la Sinistra europea”. Il tutto in cambio di qualche pallidissima concessione letteraria (e della pubblica promessa di nuovi ruoli di gestione).
Questa è la vera vittoria di Paolo Ferrero. E la misura, se posso complimentarmi, della sua indubbia capacità. Non quella di aver sconfitto Vendola, con cui ha condiviso il corso politico governativo. Non quella di aver conquistato la leadership di quel campo di rovine che lui stesso ha concorso a produrre. Ma quella di aver assimilato e arruolato le sinistre interne. Come aveva fatto Bertinotti, proprio con Paolo Ferrero e la sua area, nel ‘95. Come Bertinotti e Ferrero avevano fatto con l’area di Bandiera Rossa (futura Sinistra Critica) nel ‘98-2003. Ogni volta le cosiddette “svolte a sinistra” hanno assimilato le sinistre interne claudicanti e disponibili, sgombrando la via alle successive svolte governiste. La storia si ripete, come si vede, immemore delle lezioni. Lasciando ogni volta sulla strada, purtroppo, migliaia di compagni disorientati, delusi, traditi.
Il Partito comunista dei lavoratori è nato da una lunga battaglia politica e morale, controcorrente, contro il trasformismo della sinistra italiana. Anche di quello che ha attraversato il Prc. Il bilancio del settimo congresso di Rifondazione ci consolida nelle nostre ragioni e nelle nostre scelte.
Naturalmente ci rapporteremo con attenzione al nuovo Prc di Paolo Ferrero. Ricercheremo ovunque possibile la più ampia unità d’azione nella lotta contro il padronato e Berlusconi: a partire da quella grande manifestazione unitaria d’autunno che proponiamo per l’11 Ottobre e che sarebbe ora di iniziare a preparare. Saremo disponibili a costruire col Prc e con tutti i suoi compagni e compagne, esperienze comuni di confronto e di iniziativa nelle quotidiane battaglie di classe, ambientaliste, antimperialiste, femministe. E speriamo anche, finalmente, anticlericali.
Ma lo faremo orgogliosi della nostra costruzione indipendente e della nostra identità: quella dell’unico partito della sinistra italiana che non si è inginocchiato di fronte alla borghesia; che non si è compromesso, né in tutto, né “criticamente”, nella disfatta di questi anni; che ha fatto e fa dell’indipendenza di classe del movimento operaio, e quindi della rottura col Pd confindustriale (ieri, oggi e domani), l’asse strategico della propria proposta politica nella prospettiva di un’alternativa anticapitalista. L’unico partito, insomma, che considera il comunismo non un simbolo da riverire, ma un programma da realizzare: quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori.
*Portavoce nazionale del Pcl
05/08/2008
Sono daccordo con l’analisi lucida e motivata, ma basta!
Il nostro Partito ha bisogno di idee e di progetti. Ha bisogno di ricollocarsi sui suoi ruoli. Basta con i no! basta con i ni! Servono proposte rislutive per poter affrontare i nodi cruciali del paese. Serve progettazione ed attività. Come recuperiamo l’elettorato senza una proposta progettuale seria, sicura, fondata! Devo dare delle risposte, al mio circolo, alla mia gente, a quelli che vorrei convincere di sostenere il PRC.
Ma come? come rispondiamo al problema immigrazione? alla sicurezza, a questi temi che hanno designato un benemerito cretino alla guida del nostro paese? Non basta un no! Quale proposta? come risolviamo il problema, reale, tangibile, sotto gli occhi di tutti? Cosa diciamo agli operai? hai precari? Come facciamo a far capire alla gente che ci stanno smantellando tutti i servizi, quelli che paghiamo con le nostre tasse! Quelli primari che ci rendono almeno dalla nascita uguarli a tutti? sanità, scuola, lavoro, casa.
Non siamo stati capaci di dare risposte coerenti con il mondo in cui viviamo e con la società di cui facciamo parte, e stiamo ancora a tirarci la zappa sui piedi, a far vedere a tutta l’idalia che siamo spaccati e che confusi, che non diamo risposte, che sbattiamo la testa nel muro, persi..
Cari Compagni, io ci voglio credere in questo partito, ma chiedo alla Dirigenza, a Vendola, a Bertinotti, di non arrendersi e assimilarsi ai soliti noti, ma di distinguersi e rimanere Compagni.
ps: lo sapete che il quasi il 100% della gente a cui cerco di promuovere Rifondazione non sà che cosa significhi conflitto di classe e anzi è molto spaventata dal termine? Non sarebbe meglio lavorare anche sulla comunicazione?
Ho letto l’intervista odierna su Liberazione di Maurizio Zipponi, sembrava un esponente di destra di SD o del PD, inquietante, non va al di là della solita assemblea della sinistra, caro compagno ci spieghi cosa dovrebbe fare il PRC secondo te?
intervista:
Zipponi, non giriamoci troppo intorno e andiamo al sodo
Frida Nacinovich
Zipponi, non giriamoci troppo intorno e andiamo al sodo. Il congresso di Chianciano è finito, ma il fuoco cova sotto la cenere. Leggere per credere gli interventi che si susseguono su “Liberazione”, sui blog, ecc.., ecc…
Sembra una rivista di cuori solitari. Gestione unitaria sì, gestione unitaria no, gestione unitaria forse… Preferisco parlare di fatti. Il primo: l’elezione di un nuovo segretario di Rifondazione. Il secondo: l’approvazione di un documento politico proposto dalle quattro mozioni che hanno sostenuto la candidatura di Paolo Ferrero. Il terzo: il dissenso su quel documento espresso da quasi la metà del partito, che ha deciso di costituirsi in area e ritrovarsi a Roma in un grande assemblea il 27 settembre.
Fra i due documenti politici messi in votazione al congresso c’è di mezzo il mare o un semplice ruscello? Vogliamo spiegare agli elettori di sinistra più distratti le differenze fra i due diversi progetti politici dell’ex mozione Vendola e delle altre quattro mozioni?
Una premessa: per me il vero congresso di Rifondazione è stato fatto il 13/14 aprile. Novantanove dei cento metri della crisi della sinistra sono stati corsi ad aprile, solo l’ultimo a luglio, a Chianciano.
Questa la premessa. E le conclusioni? Un mare o un ruscello?
Non uso giri di parole: non mi convince la spiegazione della sconfitta elettorale offerta dal documento che ha vinto il congresso. Si salta un passaggio a mio avviso fondamentale, cioè l’analisi sulla sconfitta del lavoro e la vittoria del capitale. Anzi, l’egemonia del capitale. Dunque il tutto si riduce a un “non siamo stati abbastanza di sinistra”, “dobbiamo tornare sul sociale”…
Del resto tutto parte da lì, dalla maledetta primavera. Perché la sinistra ha perso in modo così netto?
In Europa come in Italia il movimento operaio perde. La sconfitta si riflette nella sua rappresentanza politica. Il documento che ha vinto a Chianciano attribuisce invece la responsabilità della sconfitta elettorale ad un errore di tattica. “Non siamo stati abbastanza di sinistra”, appunto. Magari fosse così.
Spieghiamo meglio…
Mi ha colpito la regressione della maggioranza di Rifondazione sui temi del lavoro. Alla frammentazione, alla solitudine dei lavoratori, alla precarietà si risponde: promuoveremo un referendum sulla legge 30. Se quando la sinistra era ben più forte di oggi non siamo riusciti ad estendere l’articolo 18, come si fa a pensare di poter vincere un referendum contro la legge 30? Ci si rende conto delle implicazioni che ci sarebbero se la precarietà venisse suggellata da un referendum in “nome del popolo italiano”? A parole il referendum è condivisibile, nel concreto è un’operazione sociale di destra. Preferisco parlare di firme a favore di una legge contro la precarietà, già depositata in Parlamento, scritta da giuslavoristi di grande esperienza e valore. Meglio guradare ai mille conflitti nei luoghi di lavoro, nei territori, al rinnovo dei contratti di lavoro.
Permettimi di insistere: il torrentello sta diventando il delta del Gange.
Siamo di fronte ad un’enorme crisi industriale e finanziaria, che si acuirà nel prossimo anno, che riguarda la liquidità delle banche e il taglio alle attività dirette. La Fiat ha annunciato problemi per il 2008 e il 2009, con probabile cassa integrazione non solo nel comparto dell’auto ma anche negli altri settori. Telecom chiede 5000 esuberi, Alitalia altrettanti senza aver presentato un piano industriale. Non basta, la crisi coinvolge tutto il settore manifatturiero, con ulteriori processi di delocalizzazione. I numeri della cassa integrazione ordinaria e straordinaria previsti per il prossimo anno e mezzo sono allarmanti. Si apre un periodo durissimo, cui si accompagna un nuovo fenomeno, l’indebitamento delle famiglie con una tensione salariale fortissima. La destra politica - governo e Confindustria - dice che non ci sono soldi per le politiche sociali, risponde alla crisi con un’ulteriore stretta su salari e potere di acquisto. Una stretta che avviene insieme al tentativo di demolire i contratti nazionali di lavoro. Di fronte a questa prospettiva, alla cancellazione delle piccole cose che il governo Prodi aveva portato a casa (150mila precari della scuola da stabilizzare, la legge contro gli infortuni, l’assunzione dopo 36 mesi dei precari), il documento che ha vinto il congresso propone di organizzare la sinistra sindacale.
Insomma, secondo te non ci siamo. Neanche nel rapporto con il sindacato?
Non penso si riferiscano alla Cisl o alla Uil. Dunque si rivolgono al variegato mondo della Cgil e al sindacalismo esterno, autonomo. Come si fa ad essere così poco modesti da non accorgersi che la Cgil è un sindacato di “soli” 5milioni e mezzo di iscritti, che neanche ai tempi del Pci era possibile ipotizzare un documento congressuale che facesse esplicito riferimento a un’area? C’è una certa sproporzione fra chi parla e l’interlocutore. Comunque sia la Cgil ha tutti gli anticorpi per difendere la propria autonomia da componenti interne minoritarie e residuali. Scrivere questo in una mozione vuol dire consegnare Rifondazione ad un club di sindacalisti a tempo pieno. Mentre a Torino, davanti alla Thyssen Krupp, parlammo di capitalismo italiano, di una sinistra ampia, con l’ambizione di una nostra autonomia. Cosa è cambiato?
Già, cosa è cambiato?
Non mi convince la proposta di una riedizione del 20 ottobre 2007. Intanto è cambiato il governo, poi ai lavoratori servono atti concreti, non di testimonianza. Allora furono tre giornali a proporre l’appuntamento, oggi chi lo fa? Vedo molta confusione all’orizzonte, si vuole mettere sullo stesso piano chi approvò il documento sul welfare e chi lo bocciò, chi ha detto che il contratto dei metalmeccanici era un brutto contratto e chi invece lo ha votato. Senza una proposta capace di parlare a tutta la sinistra - ad esempio l’assemblea prospettata da Sansonetti - si rischia di finire in un angolo. Penso a una sinistra talmente autonoma da poter dialogare con tutti.
Allora che fare?
Rifondazione deve essere in grado di rivendicare la propria autonomia nella lettura dei processi sociali, senza imboccare scorciatoie sulle ragioni della sconfitta e nella ricerca delle risposte. La propaganda non aiuta. In questo momento servono risultati, alleanza per ottenerli, ricordando che anche questa è la storia del movimento operaio. Dire mai con il Partito democratico, in realtà significa essere subalterni al Pd. Perché poi devi inventarti la ragione per cui governi insieme in alcune giunte, stai insieme nel sindacato e in mille altre occasioni. Chiedo che quelle differenze che ci sono fra i due documenti congressuali siano riconosciute e rispettate, sono due progetti diversi che motivano la nostra assenza dalla prossima segreteria nazionale.
07/08/2008
inquietante direi………
Zipponi
“poi ai lavoratori servono atti concreti, non di testimonianza”
a me serve che (ex) sindacalisti come Zipponi tornino concretamente a lavorare, poi ne parliamo di cosa serve ai lavoratori come me.
Per Zipponi tutto quello che Rifondazione ha fatto nel corso degli anni, bene o male (partecipare al dibattito sindacale per rafforzare le componenti più combattive, promuovere referendum sociali, costruire manifestazioni unitarie di massa) diventa improvvisamente sbagliato e arretrato. In alternativa propone di discutere sui successi del capitalismo e sulla sconfitta dei lavoratori, in nome della “concretezza”. Sostiene l’assemblea della sinistra con cui Sansonetti propone di azzerare la decisione di presentare liste del PRC alle prossime elezioni europee presa dal Congresso. Infine definisce “autonomo” il sindacalismo di base. Formulazione che nessun dirigente del PRC dovrebbe permettersi. A meno che Zipponi anziché essere un dirigente di Rifondazione sia il rappresentante della burocrazia CGIL all’interno del partito.