Ricostruire, per non sbagliare di nuovo

di Paolo Ferrero - il manifesto, 27 giugno 2008

Rossana Rossanda ha posto, a proposito del congresso di Rifondazione, delle questioni di fondo su cui vorrei qui ragionare. Mi pare evidente che la sconfitta sia stata determinata in larga parte dal fatto che la sinistra non è riuscita a condizionare il governo Prodi e la maggioranza dell’Unione. Non avendo portato a casa i risultati posti alla base del programma dell’Unione e della campagna elettorale del 2006, abbiamo perso due terzi degli elettori che evidentemente ci hanno ritenuti inutili. La scelta della maggioranza dell’Unione di mediare su tutti i punti di fondo con i poteri forti e di riprodurre politiche di liberismo temperato, senza tener fede al programma, ha determinato la base materiale della vittoria delle destre e ha distrutto la sinistra.
L’errore lo abbiamo fatto lì - e me ne assumo completamente al responsabilità - perché a me pare che la nostra sconfitta nasce da un grave errore di valutazione dei rapporti di forza che ci ha posto in una condizione in cui una mediazione vera non c’è mai stata. Abbiamo pensato fosse possibile intervenire positivamente dal livello politico, del governo, per ottenere risultati che non eravamo in grado di perseguire nella società. Abbiamo sbagliato. Mi è chiaro che mille altri fattori hanno concorso all’esito ma questo è il punto determinante.
Da questa considerazione ne traggo una prima conclusione politica: la sinistra, prima di porsi il tema del governo del paese deve operare per modificare seriamente i complessivi rapporti di forza, sul piano sociale, culturale, politico, pena il ripercorrere esattamente il disastro appena consumato.
La seconda riguarda i rapporti con il Pd. Ritengo positiva l’iniziativa politica di D’Alema, che contrasta il bipartitismo veltroniano in nome di una visione più articolata del centrosinistra. Questa articolazione non va però confusa con una modifica dei contenuti programmatici del Pd medesimo. La prospettiva di D’Alema è quella di allearsi con una «sinistra di governo», cioè con una sinistra che moderi pesantemente la propria linea politica, mentre all’origine della sconfitta vi è proprio quel neoliberismo temperato, che ha deluso il popolo di sinistra e che D’Alema intende confermare integralmente.
Ma la sconfitta sociale, culturale e politica è nata ben prima della sconfitta elettorale e chiede una partenza su basi nuove. In un contesto dove pare spezzato ogni legame tra difesa degli interessi delle classi subalterne, democrazia e trasformazione sociale, occorre ridefinire non solo la linea politica ma ripensare il concetto stesso di politica, che non può continuare ad essere identificata con la rappresentanza. La crisi della politica rende infatti i percorsi conosciuti inefficaci al fine di ricostruire un’alternativa all’attuale barbarie capitalistica. In questo contesto tre mi paiono le emergenze.
In primo luogo, occorre costruire un’efficace opposizione al governo Berlusconi, sia sul piano delle questioni sociali che democratiche. Si tratta di un lavoro indispensabile, su cui siamo già in ritardo, e che non viene svolto dall’opposizione parlamentare che non fa semplicemente nulla. Tragicamente l’assenza di opposizione su questioni decisive come quella del contratto nazionale di lavoro si accompagna ad un minimalismo della Cgil che ci fa rimpiangere ogni giorno quella di cinque anni fa. La sinistra, a partire da chi ha organizzato la manifestazione del 20 ottobre scorso, non deve dividersi tra costituenti di sinistra e comuniste ma unirsi sul costruire l’opposizione, come dopo Genova, anche per evitare che l’intera dialettica del sistema politico sia giocata tra una destra populista che governa e il centro giustizialista di Di Pietro.
In secondo luogo, la pesantezza della sconfitta ci obbliga a ricostruire sui territori un intervento della sinistra che ne riqualifichi l’utilità sociale a livello di massa. In una società che si sente in pericolo, che guarda al futuro con crescente incertezza, che tende a difendersi attraverso la guerra tra poveri, occorre ricostruire un lavoro capillare di vertenzialità diffusa affiancata alla ricostruzione di legami sociali. Occorre ricostruire le basi materiali della sinistra perché o l’insicurezza sociale trova i percorsi per esprimersi in un conflitto del basso verso l’alto, contro lo sfruttamento e le disuguaglianze, oppure l’ideologia di destra della guerra tra i poveri diventa la forma stessa delle relazioni sociali.
Occorre ricostruire una connessione sentimentale con la nostra gente; recuperare il senso profondo di una politica di sinistra costruendo vertenzialità, mutualismo, legami comunitari democratici e solidali; per questo occorre costruire in tutti i territori case della sinistra che mettano in relazioni tutti coloro che si collocano nella variegata galassia della sinistra, a prescindere che si definiscano comunisti, socialisti, ambientalisti o come gli pare. Se non riparte dal basso la sinistra, dopo essere stata espulsa dal parlamento, lo sarà dalla società. Questo percorso è possibile solo in un quadro di progetto politico generale e nazionale, come dice Tronti, evitando però ogni fuga nell’autonomia del politico che è all’origine della sconfitta e che mi pare venga da Tronti - e da una parte di Rifondazione - riproposta.
E’ un lavoro che richiede una grande autonomia politica, culturale e simbolica dal Pd. E’ infatti evidente che il problema non si risolve nell’incalzare da sinistra il Pd ma nel costruire nella società le ragioni e i percorsi di un’alternativa. A tal fine, a me pare che Rifondazione comunista sia utile sia come soggetto politico organizzato che come progetto politico. Rc è il principale soggetto organizzato della sinistra e prima di tutto deve essere riorganizzato, non terremotato. E’ già stata in grado, negli scorsi anni, di costruire uno spazio politico di autonomia dalla sinistra moderata; questo deve essere ricostruito con tenacia, pena la condanna della sinistra ad essere una corrente esterna del Pd. Per tale motivo considero sbagliata la proposta di una costituente di cui è totalmente indeterminato il grado di autonomia reale dal Pd e che Fava propone esplicitamente come funzionale a ricostruire il centrosinsitra.
In terzo luogo, senza la definizione di un universo simbolico forte, che evidenzi anche a quel livello la propria autonomia strategica, non vi è alcuna possibilità di ricostruire una sinistra anticapitalista. Il nodo del comunismo non può quindi essere derubricato a propensione culturale perché nella concreta realtà italiana è fattore necessario, anche se non sufficiente, nella costituzione dell’autonomia del progetto politico. Visto che la prospettiva della Costituente di sinistra porterebbe inevitabilmente tra sei mesi a discutere delle liste alle europee, riproducendo il percorso fallimentare e politicista della Sinistra arcobaleno, mi pare più utile il percorso sopra descritto, che veda da subito il massimo di unità della sinistra impegnata nella costruzione dell’opposizione alle politiche del governo Berlusconi e nella ricostruzione delle ragioni sociali della sinistra.

8 Responses to “Ricostruire, per non sbagliare di nuovo”


  1. 1 Massimo Vecchione

    Aggiungo: di alleanze elettorali nazionali si potrà riparlare solo dopo aver raccolto i frutti di questo lavoro, che sarà lungo ed occuperà un’intera fase politica. Sono totalmente d’accordo.

  2. 2 mattia

    A me può andare anche bene l’idea di ricostruire il prc, però non si può rimanere sempre nel bieco settarismo. Tra 5/10 anni non voglio trovare i comunisti con i comunisti e i socialisti con i socialisti.

  3. 3 maurizio

    ancora con sta storia di socialisti e comunisti !
    comunisti e socialisti già si ritrovano nella Sinistra Europea.
    per il resto evitiamo il governismo e il dissolvimento in un partito contenitore subalterno al PD !
    Lafontaine sta nella sinistra europea. Fava invece rimane nel PSE.
    Non è mica colpa nostra!

  4. 4 lido

    Parlare di case della sinistra non vuol dire parlare di accordi o di semplice unià tra le varie forze, sarebbe solo una operazione di ceti politici o,peggio, di cartelli elettorali, si ripeterebbe l’esperienza catastrofica della sinistra l’arcobaleno. Le case della sinistra devono raccogliere individui associazioni organizzazioni a livello di base che devono avere pari dignità e devono essere sedi anche decisionali (con il sistema paritario di una testa un voto). Le case della sinistra devono rappresentare un luogo importante per la riforma della politica, per una forma rinnovata e democratizzata di partito. Devono diventare esperienze di nuove sperimentazioni, devono cotituire la risposta della sinistra alla crisi della politica e al rilancio della politica come strumento di trasformazione, di emancipazione politica e sociale e di partecipazione. Non si può pensare a due tempi: prima sistemiamo le nostre faccende poi facciamo la sinistra. Il momento è unico. Sui rapporti con il PD secondo me centrale è la nostra alterità, l’essere diversi da quel partito e la costruzione della sinistra è il vero presupposto per essere autonomi (altrimenti si potrebbe anche non essere alleati del PD ma comunque subalterni)

  5. 5 eli

    A me uno degli aspetti che maggiormente preoccupa è che per il progetto della costituente sono già stati messi dei “paletti” da Fava all’assemblea nazionale di SD e nulla è stato detto da Vendola o dagli altri sostenitori della costituente di sinistra (chi tace acconsente?!)
    I paletti sono:
    1. fare una sinistra di governo, finalizzata a governare e senza una alternità che fino a poco tempo fa propugnavano anche i sostenitori del documento 2 per cui “si sta al governo o all’opposizione a seconda di ciò che fa meglio al nostro popolo” (Franco Giordano)
    2. entrare nel PSE. E la “nostra” Sinistra Europea?!

    Insomma, mi pare che qui ci abbiano già detto cosa dobbiamo diventare e cosa dobbiamo fare. Peccato che ce lo dicano da fuori del Prc.
    E qui vengo al tema posto da lido.
    Anch’io credo che non si possa ripetere ‘errore della Sinistra Arcobaleno. E proprio per questo non credo che varrebbe il metodo decisionale da te proposto.
    Quale associazione (vera!, non finalizzata allo scioglimento in qualcos’altro) accetterebbe di andare in un luogo dove potenzialmente può perdere il proprio autonomo potere decisionale?
    una testa un voto vuol dire che se il PRC volesse, ben organizzato,schiaccerebbe le volontà degli altri soggetti. E se non è un’operazione di ceto politico questa!!!!
    Io preferisco, se proprio, che si applichi il metodo del consenso, e non della maggioranza.
    Questo mi ha insegnato l’esperienza dei forum sociali: stop al ceto politico, sì ad un metodo veramente includente.
    Anche se è molto più faticoso…

  6. 6 paolo

    cara compagna Eli,
    ti poni il problema che, forse, quelli della seconda mozione (compagni di Rifondazione Comunista) non rispondono e non prendono posizione su quanto dice Fava in quanto con un Congresso importante in corso (dove la linea la decideranno gli iscritti del PRC) è meglio aspettarne l’esito? Altrimenti si rischia di scavalcare delle decisioni e rimangiarsi delle dichiarazioni. Siamo un partito serio (almeno spero)non chiacchieriamo giusto per chiacchierare. Argomentiamo, discutiamo, arrabbiamoci ma cerchiamo di rimanere nel seminato altrimenti il Partito è già finito.

  7. 7 Oscar

    incredibile!!!
    incredibile davero…dal sito della mozione due sono stati censurati i miei interventi…inizialmente erano stati pubblicati poi li hanno cancellati!!!!!!!!!
    e si sono dimenticati di togliere le risposte!!!!!
    da sbellicarsi, e denunciavo semplicemente il fatto che la due prende oltre mille voti in soli 5 circoli, riportando poi i dati sul tesseramento in puglia ripresi da questo articolo…non posso crederci, andate a controllare!!!!!!

  8. 8 Lucio Garofalo

    A PROPOSITO DELL’ATTUALE FASE CONGRESSUALE DEL PRC

    Il Prc si accinge a vivere una “nuova” fase congressuale. Mi permetto di intervenire dall’esterno per esprimere alcune considerazioni personali.
    Dall’anno 2003 (una data che a me sembra distante un secolo) non sono più un iscritto, per varie e molteplici ragioni, ma soprattutto perché ho conosciuto bene i metodi e gli espedienti di natura “democristiana” escogitati e adottati puntualmente nelle fasi congressuali per “gonfiare” artificiosamente le tessere delle iscrizioni e, dunque, i consensi e i voti a proprio favore, soprattutto da parte di alcuni settori del partito, quasi sempre legati alla segreteria provinciale di turno.
    Quando ero iscritto io, la segreteria provinciale di Avellino era guidata da Maraia, poi espulso dall’attuale dirigenza che all’epoca era all’opposizione… in attesa di prenderne il posto. Insomma, sono cambiati i vertici locali del partito, ma non i metodi di gestione, che restano praticamente gli stessi, ossia retti sugli inganni, sulle menzogne, sulle scorrettezze e sulle mistificazioni.
    Personalmente sono assai scettico, non credo molto nelle possibilità (anche se esistono enormi potenzialità interne) di cambiamento di questo partito “maledetto”, consegnato da tempo nelle mani e nelle fauci (ingorde, voraci e insaziabili) di quelli che io definisco “forchettoni rossi”, presenti in gran copia sia a livello locale e ancor più a livello nazionale. Una prospettiva di rinnovamento effettivo è, a mio avviso, impossibile nella misura in cui non basta sostituire i vertici per rimediare ai problemi interni, per sconfiggere e curare il “male” dell’opportunismo, del carrierismo e dell’arrivismo di molti burocrati e funzionari di partito, per eliminare le contraddizioni insite in una forza politica che è corrotta dal potere e dall’ideologia borghese. Non serve a molto rinnovare i quadri e il personale dirigente, se poi i metodi di gestione, di organizzazione e di conduzione del partito, sono praticamente gli stessi di sempre.
    Pertanto, ritengo sia necessario (ri)partire da una vera RIVOLUZIONE DAL BASSO, ossia da una sorta di “movimento tellurico” provocato dalla base che sconquassi e sconvolga radicalmente gli equilibri intestini, gli assetti organizzativi e gestionali, la struttura, i metodi e la linea ideologica e pratica del partito. In tal modo si può forse sperare ed immaginare che possa emergere dalle macerie un soggetto politico totalmente rinnovato e ricostruito ex novo: non tanto e non semplicemente un nuovo partito, ma un ALTRO partito, una sorta di Rifondazione RIFONDATA… dalla BASE. Questo è il mio auspicio, la mia speranza ma, nel contempo, il mio scetticismo “cosmico” mi induce a dubitare fortemente, ritenendo che si tratti di una semplice illusione, di una sciocca chimera.
    Per quanto mi riguarda, io non voglio più avere a che fare con i “forchettoni rossi” che hanno dissipato il ricco e prezioso patrimonio di idee, di valori, di esperienze storiche, di risorse umane, intellettuali, morali e politiche, dei movimenti e delle lotte delle donne, dei giovani, dei pacifisti e degli attivisti no-global, dei lavoratori e del mondo operaio di questo sventurato paese che è l’Italia. Un paese sciagurato, in quanto è stato consegnato nelle luride mani dei (post e cripto)fascisti e dei rozzi leghisti, degli affaristi e degli speculatori, dei servi e lacchè berlusconiani, del governo più demagogico e razzista del dopoguerra, insomma della peggiore destra europea, anche e soprattutto per colpa dei “forchettoni rossi” che ancora sono e prosperano nel Prc.

    Lucio Garofalo

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