Il Partito Sociale, una traccia di ricerca aperta.

Sono contento che finalmente si sia aperta la discussione attorno al tema del partito sociale, perché essa ci dice in qualche modo come sia possibile costruire la sinistra dal basso senza cadere in retoriche da ritorno ai territori di cui in qualche modo non si sente  bisogno. Il tema del partito sociale  non è un’invenzione per prendere qualche voto in più, né tanto meno l’applicazione plastica del modello del partito del pomodoro olandese in Italia. In qualche modo una discussione di questo tipo non dovrebbe essere patrimonio di una parte, ma guardata da tutti con attenzione.  L’interessamento all’esperienza del partito del pomodoro è dato principalmente dal fatto che dimostra che la crisi della politica in Europa può essere attraversata senza scomparire dall’ambito delle forze della sinistra, ci dice che un serio lavoro di massa nel rapporto quotidiano con il vissuto del nostro blocco sociale di riferimento, attraverso l’inchiesta e la vertenzialità, porta risultati concreti anche quando si è all’opposizione. L’SP, infatti, non solo ha vinto le elezioni dopo decenni di lavoro, non solo ha vinto rispetto al referendum sull’Europa, ma in qualche misura ha sviluppato una funzione egemonica anche attraverso forme mutualistiche in una società complessa,  in cui gioca un ruolo non indifferente anche la questione morale.  Questo è secondo me l’elemento su cui riflettere principalmente, perché  senza condensare il nostro blocco sociale qualsiasi architettura politica, dati i rapporti di forza esistenti, è destinata alla sconfitta, e questo vale per tutti. Ma guardare all’esperienza olandese, o greca, o di tutto quello che si muove in sudamerica è, appunto, una parte del ragionamento sul partito sociale e non l’essenza, non la pratica concreta; se ci vengono offerti spunti interessanti vanno colti comunque, se si aprono tracce di ricerca vanno tenute vive. Non dobbiamo rinchiudere all’interno di un dibattito congressuale di un partito questo tema, esso infatti riguarda l’essenza dell’agire politico contemporaneo. 

Piobbichi Francesco - PRC

12 Responses to “Il Partito Sociale, una traccia di ricerca aperta.”


  1. 1 Bolscy

    Credo che questo sia il punto più avanzato della mozione 1 (Acerbo, Ferrero & CO).
    Purtroppo il 12 non potrò esserci, ma spero che quest’approfondimento vada avanti e che davvero coinvolga tutto il partito, anche nella sua attuazione, che spero non rimanga lettera morta.
    Questo progetto di partito è una risposta seria di crescita e di elaborazione di pratiche dal basso, essenziale a mio avviso, in questo momento, dove c’è il rischio di un appicicaticcio componimento di ceto politico.
    Credo sia anche una risposta a chi accusa questo progetto politico(Mozione 1) di essere chiuso nell’identitarismo e nel settarismo.
    Questa è la strada giusta, al di la di tutte le strumentalizzazioni congressuali…ringrazio i/le compagni/e che ci stanno lavorando su.

  2. 2 romololeft

    davvero interessante…penso sia la strada giusta

  3. 3 autonomo

    e allora ragioniamoci suol serio.
    sulla cessione di sovranità, sull’idea che l’indentità non è una roba fissa (diu destra) ma si misura con L’Altro.
    E spiegatelo a Grassi soprattutto.

    Auguri

    un autonomo

  4. 4 vito

    Tutto vero, tutto giusto. Ma siamo all’altezza del compito? Vedo in giro troppi parolai, troppi “rivoluzionari di professione”. Il nostro negli ultimi anni si è configurato come un partito di quadri nemmeno tanto bravi come agit prop. Il partito sociale è la risposta giusta nelle grandi aree urbane degradate e nel Mezzogiorno. Ma temo che questa idea non se la fili quasi nessuno in R.C. Preferiamo disquisire su Marx e Lenin…
    Questa impostazione eretica è genuina in Russo Spena e Ferrero ma che ne pensa Grassi di un partito comunista i cui dirigenti organizzano i mercatini del libro, e le palestre popolari pittosto che proporsi come l’avanguardia rivoluzionaria del popolo?

  5. 5 Memento.

    Eppure non ci vuole molto a capire che in un tessuto sociale diffusamente piccolo-borghese come quello dell’Europa del XXI secolo, iniziative come la promozione di Gruppi d’Acquisto Solidale, il sostegno all’agricoltura biologica, l’acquisto delle merci saltando la catena di distribuzione, le battaglie per il riciclaggio e il recupero dei materiali nel processo di smaltimento dei rifiuti, sono tutte forme di autentica prassi rivoluzionaria, visto che colpiscono al cuore questo modo totalizzante di produrre (e ordinare) le nostre vite…

  6. 6 piobbichi f.

    Esperienze concrete di possibili percorsi di partito sociale.

    “militanti sociali pari”
    la peer education è un concetto che molti di noi hanno appreso dal lavoro di strada, è una strategia educativa flessibile e “rivoluzionaria”. In quanto sposta la centralità del ruolo pedagogico (e la quota di potere a esso associato) dall’esperto tradizionale, adulto e professionalizzato, al giovane opportunamente formato. Essa si dimostra vincente rispetto agli approcci pedagogici classici, soprattutto quando il messaggio veicolato ha per oggetto il “non fare”, come nel caso della prevenzione di un comportamento a rischio. È dimostrato che, in tali contesti, la prescrizione autoritaria può rivelarsi ininfluente o persino controproducente. La peer education, al contrario, mette in gioco anche emozioni e competenze relazionali che consentono al messaggio in/formativo di pervenire al suo scopo. Noi pensiamo che in qualche modo questo concetto oggi ci sia di una certa utilità nel fare politica riflettendo su quale modello di militanza delineare, i pari presuppngono una orizzontalità del modello organizzativo, una condizione di similitudine frutto di un insieme valoriale e simbolico di riferimento. Concepire una forma di militanza socialmente competente, che genera intellettualità diffusa oggi è secondo noi la chiave per intendere il partito sociale, per questo riteniamo che vadano create le condizioni per generare competenze sociali in termini autorganizzati. Pensiamo ad esempio a gruppi di pari che preludono a forme di mutuo aiuto per singoli temi ( sicurezza sul lavoro, dipendenze, mobbing, processi di stigma, mediazione culturale) e pensiamo a militanti che siano in grado di essere competenti formando a loro volta competenti. Da questo punto di vista pensiamo che occorre riflettere su come poter concepire oggi una formazione di “militanti sociali pari” per il partito sociale. Da questo punto di vista l’agire sociale dei “pari” si contrappone a quello delle “caste” , una schematizzazione banale ma comprensibile sul livello di massa che non investe più, solamente i rapporti materiali nella società, ma investe le forme organizzate e in particolar modo i partiti, ed in maniera più profonda quelli della sinistra. Essi vivono oggi una doppia crisi, in termini di efficacia, e rispetto alla loro forma organizzativa. Senza sciogliere queste due contraddizioni insieme anche la proposta del partito sociale in se, rischia di trasaformarsi in una grande associazione di buoni sentimenti. Per una forma organizzativa, federata, mutualistica che permette di identificarsi in essa, diventa fondamentale definire un’insieme di norme e prassi che permettono processi di identificazione con il blocco sociale di riferimento che la compone, per questo la questione morale e una nuova “diversità” devono essere investimenti senza mediazioni, come elementi centrali nel processo di riforma. Non solo quindi concepire un’organizzazione sempre più paritaria che disperde il potere al suo interno, ma anche quello di concepire un’organizzazione in cui ci siano scarti minimi tra vertice e base, perché è in questa separazione che l’antipolitica trova terreno fertile. Per questo pensiamo che sia necessario affrontare il tema degli stipendi degli eletti ( che non possono essere distanti da quelli di chi vogliamo rappresentare), dei doppi incarichi, fino alla questione della revoca del mandato.

    Dalla Piazza alla Strada, generalizzare la contrattazione sociale ogni giorno
    Riteniamo che lo spazio dei piani di zona sia un possibile luogo di conflitto, cosi come la circoscrizione, occorre secondo noi costruire non solo sportelli che diano risposte nell’immediato ma fare in modo che questi determinino forme di inchiesta dei bisogni sociali , dei bilanci sociali di territorio che denuncino l’assenza di partecipazione nelle scelte del welfare, che intervengano nei processi di valutazione dei servizi, e che organizzino nel territorio forme di contrattazione sociale, un pò le pratiche che furono fatte proprie da alcune camere del lavoro negli anni 70 quando lanciarono la contrattazione territoriale. Da questo punto di vista avere sportelli sociali gestiti da “militanti sociali ” appositamente formati può essere un utile strumento di lotta su temi come la non autusufficienza, la casa, che legittima il nostro agire sociale nel quotidiano e supporta quello politico nel medio lungo termine. Occorrerebe capire se sia possibile creare un pronto intervento sociale, ovvero un gruppo di allerta rapido in grado di poter in poche ore bloccare i sfratti. In qualche modo potremmo pensare il nostro agire nei territori come un sindacato sociale. Il tema della casa inoltre potrebbe essere affrontato, oltre che vertenzialmente chiedendo il blocco degli sfratti e l’espansione dell’edilizia pubblica, anche in termini mutualistici attraverso il terreno dell’autocostruzione. Segnaliamo come esempio questo sito che descrive alcuni interventi in questo.

    I gruppi di acquisto solidali contro il caro vita.
    In realtà si tratta di aggiornare in “chiave popolare” i GAS, i gruppi di acquisto solidali che si sono sviluppati negli ultimi anni. Le Acli di Venezia ad esempio sono riuscite a lavorare su questo terreno, riuscendo a riidurre di circa il 20 % i prezzi dei generi di prima necessità. Hanno messo insieme circa 150 consumatori e sono andati direttamente a contrattare il prezzo dei prodotti dal produttore saltando la distribuzione. Questa esperienza se praticabile all’interno di una battaglia sul caro vita sarebbe estremamente significativa, riuscire infatti a costruire vertenze nazionali contemporaneamente a pratiche mutulistiche è uno degli elementi d’innovazione necessari per attraversare da sinistra la crescente insicurezza sociale.

    Le mense popolari
    Ci sono delle esperienze consolidate se si considerano le mense dei centri sociali. Occorrerebbe capire però se ci sono esperienze di questo tipo in grado di proiettarsi su di un versante ancora più sociale ed in grado di allargarsi a settori popolari del territorio.
    Mense con le quali possono collaborare in qualche modo le reti sociali per intervenire sul tema del caro vita, cercando ad esempio di fornire agli anziani con pensioni minime pasti a prezzi ridotti o gratuiti. Uno degli elementi su cui si potrebbe lavorare con le catene alimentari e grandi mercati è quello di avere gratuitamente il non venduto a scadenza breve, sul modello delle voedselbanken olandesi così come lavora il partito del pomodoro, organismi che raccolgono nei supermercati prodotti a breve scadenza destinati al macero per distribuirli ai poveri. Abbiamo molte sezioni di partito che hanno al loro interno cucine improvvisate, o anche ben strutturate che organizzano cene, a volte anche pranzi e feste. Parliamo comunque quasi esclusivamente di luoghi informali e “fuorinorma” si tratterebbe di capire fino a che punto ogni singola realtà può lavorare in questo senso. Occorre inoltre cercare di volgere lo sguardo anche fuori dal nostro paese, soprattutto in Sud America dove ci sono esperienze di mutualismo che dovremmo prendere come spunto per il nostro lavoro. Segnaliamo a titolo di esempio esperienza progetto alimentario

    Asili nido popolari
    Spesso le rette degli asili nido, anche pubblici sono alte, altre volte gli asili non ci sono proprio. Potremmo pensare di destinare alcune delle nostre strutture per creare asili popolari dove magari riusciamo a dare anche forme di autoreddito per chi lavora. Possiamo in questa prospettiva pensare che i nostri asili dovrebbero avere una retta nettamente inferiore sia agli asili pubblici sia agli asili privati, e pensiamo che questo lavoro debba inserirsi in una forma rivendicativa nel territorio per pretendere asili pubblici. Non neghiamo che sia un percorso difficile e contraddittorio, più compagn* hanno sollevato obiezioni sulla difficoltà normativa che si incontrano. Certo è che se ci riescono i privati potremmo in qualche modo riuscirci anche noi, pensando di mettere insieme ad esempio autoreddito, militanza sociale, e banche del tempo in un circuito virtuoso che tende a ridurre i costi della struttura. Pensiamo che sia praticabile però in situazioni dove la carenza di queste strutture è significativa, soprattutto in ambito metropolitano.

    I mercatini del libro usato
    Ci sono molte esperienze, a volte però lasciate all’improvvisazione, io penso che vadano stabilizzate. Dovremmo però discutere di questo, dal mio punto di vista le case della sinistra o anche le nostre sezioni dovrebbero essere risorse per favorire lo scambio senza il “lucro” derivante tra la vendita e l’acquisto dei libri usati, o in qualche modo che siano assolutamente più competitive in termini di prezzo delle esperienze che ci sono oggi. Vi segnaliamo l’esperienza dello scambio del libro peer to peer di exit torino.

    Le banche del tempo
    Possiamo pensare che le nostre sezioni o le case della sinistra possono diventare luoghi in cui promuovere fra chi le frequenta le banche del tempo. Le banche del tempo funzionano su elementi di fiducia, di conoscenza reciproca, io penso che si adatterebbero bene al concetto di comunità politica e sociale. In Italia sono nate circa 10 anni fa: chi sa fare una cosa offre il suo tempo e in cambio riceve un aiuto se ne ha bisogno. La segreteria di ogni banca del tempo tiene la contabilità dei conti correnti di ciascun socio, ma invece dei soldi ci sono ore di prestazione da dare o da ricevere. Nessuno sa quante siano. “Noi siamo in contatto con 320 banche, sparse un po’ in tutta Italia -afferma Luigi Tomasso, giornalista in pensione che cura la newsletter del coordinamento delle banche del tempo di Milano e provincia - . Ce ne sono sicuramente molte di più e sono concentrate al nord, perché sono le regioni dove manca di più il sostegno della rete familiare e quindi si cerca aiuto e relazioni altrove” . Riteniamo che lavorare sulle banche del tempo sia uno dei punti principali per il nostro reinsediamento sociale nei territori, promuovendole o lavorando con esse se già esistono. Non tralascerei l’iniziativa istituzionale per consolidarle nei comuni e nelle circoscrizioni. Leggi esperienza San Salvario
    Leggi come fare una banca del tempo

    I corsi di lingua ed alfabetizzazione informatica e di recupero scolastico.
    Sarebbe interessante non solo fornire corsi di lingia italiana per stranieri, ma anche corsi di lingua d’origine per i figli di immigrati, bisogno questo molto sentito. Sensa dubbio il tema della qualificazione di forme di alfabetizzazione informatica è molto significativo, sia in rapporto ad una prospettiva in cui i militanti sociali determinano una forma di agenzia delle notizie dal basso, una Indimedya più solida che in qualche modo interviene essa stessa nella costruzione delle notizie dei territori, sia rispetto al tema del free software. Abbiamo molti compagni che inoltre insegnano nelle scuole o sono precari, attivare nei nostri luoghi dei corsi popolari per il recupero scolastico potrebbe non soltanto contribuire a ridurre il carico di spesa delle famiglie ma anche comprendere meglio i bisogni ed i linguaggi delle nuove generazioni.

    Le palestre Popolari
    Uno dei migliori strumenti per costruire legittimazione sociale e politica nelle periferie. Ultimamente stanno prendendo piede portando alcuni centri sociali in una dinamica più legata al quartiere, altre sono invece nate direttamente come palestre. Ci sono palestre popolari in varie città italiane, Roma, perugia, ancona, cosenza, ecc. interessante il tema che affrontano dello sport sociale con prezzi popolari per i corsi ( circa 30 euro al mese).
    http://www.palestrapopolarepg.net
    http://www.cortocircuito.it

    Microcredito
    Altro tema la questione dell’accesso alla finanza solidale, possiamo pensare di qualificarci in questo senso? Le MAG sono delle cooperative, che più di ogni altra forma societaria stimolano il rispetto della partecipazione e dell’uguaglianza tra i membri. Sono soprattutto “società tra persone”, dove lo scambio di denaro avviene tra soci, rispettando la legislazione in materia. Collaborano attivamente per sostenere iniziative serie che intervengono sul territorio in settori comuni agli stessi soci che vi aderiscono: pace, disarmo, ecologia, risparmio energetico, tecnologie appropriate, controinformazione, educazione allo sviluppo, emarginazione, immigrazione, solidarietà sociale, educazione giovanile, commercio equo e solidale.
    Il denaro raccolto è prestato a cooperative e associazioni no profit applicando tassi d’interesse e condizioni di rientro vantaggiose. Ciò consente un minimo margine di utile alle MAG per coprire le spese di gestione e una forte convenienza e trasparenza a chi richiede i finanziamenti. Questi vengono condizionati alla qualità sociale dei progetti ed ai rapporti fiduciari tra i soci, mantenendo comunque il controllo sulla solvibilità dei prestiti concessi. Una volta rientrati da un finanziamento, i fondi vengono subito riutilizzati per un nuovo progetto.
    Non essendo richieste garanzie patrimoniali è fondamentale la conoscenza della destinazione dei risparmi investiti. Le MAG hanno comunque personale in grado di valutare i bilanci aziendali, di verificare se un progetto funziona e può produrre reddito, di prevedere le potenzialità delle cooperative o associazioni da finanziare. In questo settore non sono ammesse leggerezze, in quanto si maneggia denaro che deve poter essere rimborsato ai soci.
    Rendono democratica e trasparente l’organizzazione interna con delle trovate che scardinano alcuni tipici privilegi del “santuario” creditizio. Il capitale sociale sottoscritto e versato da coloro che diventano soci della MAG consente alla cooperativa di lavorare, pur rimanendo sempre di proprietà dei soci, e ciascuno ha comunque diritto ad un solo voto indipendentemente dall’ammontare delle quote versate.
    L’ attività è diretta da un consiglio di amministrazione, i cui membri vengono scelti nelle periodiche assemblee dei soci, durante le quali si verificano le linee di azione della cooperativa.

    5 per mille
    Occorre costruire un’associazione in grado di autofinanziare con il 5 per mille il partito sociale. Le trasformazioni sociali che qui non indaghiamo in maniera analitica, non stanno soltanto prefigurando uno stato sociale minimo e caritatevole, non stanno sempre di più atomizzando e impoverendo le classi popolari, ma stanno indebolendo anche alcune esperienze che in qualche modo avevano costruito sul terreno della solidarietà sociale una propria legittimazione. Gran parte della cooperazione sociale in questa fase, fatte le dovute eccezioni, è sostanzialmente in una deriva economicista che ha reso questo spazio sterile sul versante della promozione dei diritti civili e sociali e un bacino di lavoro precario. Occorre allora intervenire direttamente in questo spazio, che è spazio di costruzione di nuova cittadinanza in maniera articolata, tentando di sviluppare in una forma aperta e federativa con i soggetti del territorio interessati ( cooperative, associazioni formali e non ) elementi di azione sociale diretta che possono tradursi in progetti concreti. La sostenibilità finanziaria di questi progetti, può passare anche dal 5 per mille.

    I PRESIDI SOCIALI DI QUARTIERE -
    Alle Ronde dell’intolleranza dobbiamo rispondere sviluppando presidi sociali permanenti che costruiscono legame sociale nei territori. Lo spostamento dell’azione politica è dalla piazza alla strada. Se la ronda è una sera alla settimana noi dobbiamo essere presenti tutti i giorni. La destra populista non si sconfigge con le manifestazioni e i comizi, si sconfigge se nella vita quotidiana, riusciamo a dare risposte efficaci, o parzialmente efficaci nel territorio che ci circonda , altrimenti siamo simili ad un soprammobile. La paura sociale esiste, ma proprio perché è una percezione può essere ridotta se come risposta alle politiche della zero tolleranza costruiamo le nostre risposte . Al diritto alla sicurezza deve essere contrapposto la sicurezza dei diritti nel territorio vivibile, il diritto a vivere serenamente il proprio quartiere è dato dal prodotto di diritti sociali, civili, ambientali. Occorre affrontare il tema dell’espansione mafiosa e delle rati della criminalità globale, che in forma differente operano al sud come al nord. Un conto però e dire lottiamo contro lo spaccio un conto è dire lottiamo contro il narcotraffico, diciamo in fin dei conti la stessa cosa, ma i primi due termini si fermano all’elemento simbolico e allo spostamento temporaneo del fenomeno, il secondo affronta il fenomeno in termini strutturali. Esperienze come quelle portate avanti dalla Palestra Popolare di Perugia o dal progetto dell’arci Torino dicono che è possibile investire su questo terreno. Oggi la prevenzione ad esempio è un settore socialmente morto, dovremmo forse investire di più su questo terreno. Oggi non conta avere uno spazio, conta lavorare socialmente nello spazio. Il concetto del “ Se il quartiere si muove la paura scappa” può essere uno dei strumenti interessanti per costruire con pratiche concrete ed moltiplicabili il nostro reinsediamento sociale.

    Ambulatori popolari
    Ambulatori sociosanitari per migranti, rom, persone che non riescono o non possono usufruire del sistema sociosanitario nazionale
    E’ da tempo in funzione una rete di “sportelli” i cui nodi sono presenti in numerose città italiane (Genova, Milano, Pisa, Roma, Siena) solo a indicare le più note. In base alle singole problematiche territoriali - diverse fra un contesto metropolitano e uno di provincia - gruppi di lavoro hanno messo in piedi strutture flessibili di intervento e di mediazione, anche sociolingfuistica, necessarie o a prestare cure specifiche (quindi con la presenza di staff medici) ma, soprattutto ad avviare le persone ad un rapporto con le istituzioni publiche preposte. Non assistenzialismo quindi ma reti di protezione sociale che invece di ricadere nella logica di una privatizzazione e di una esternalizzazione di servizi, si pongono il problema di trovare risposte efficaci a chi è in difficoltà. Il “disagio” diviene non elemento escludente ma motivo attraverso cui si mettono insieme energie, competenze, risorse. Il momento in cui si ricostruiscono relazioni sociali e a volte comunitarie che mirano a permettere a ciascuno di ricostruire una propria autonomia non solo sanitaria ma e fondamentalmente sociale.

    un saluto
    piobbico

  7. 7 rageagainsttheworld

    Caro compagno piobbichi , l’idea che hai di partito sociale mi trova pienamente d’accordo tra l’altro propongo che il partito adotti al suo interno nei vari livelli dal nazionale al federale(magari anche i circoli ma non voglio esagerare) solamente software libero, giusto perche dare il buon esempio è buona cosa e che nelle pubblicazioni ufficiali si utilizzino solo formati aperti (PDF, ODT,RTF,ODS) e non formati chiusi (DOC,XLS)

  8. 8 rageagainsttheworld

    francesco, dimenticavo posso copiare sul mio blog il tuo intervento (non l’articolo ma il commento)?

  9. 9 piobbichi.f

    Non sono il tipo che fa conferenze stampa se qualcuno copia le cose che srcivo, pubblica e diffondi e aggiungi il pezzo sul software libero.

  10. 10 rageagainsttheworld

    grazie mille francesco, immaginavo una risposta simile ma preferisco chiedere non si sa mai ;)

  11. 11 drogaleggera

    caro Piobbichi se ti fossi impegnato sulle droghe come ti stai impegnando sul partito sociale forse avremmo avuto qualche voto in più.

  12. 12 piobbichi

    Per drogaleggera,
    L’impegno da solo non basta quando si sbaglia completamente l’analisi dei rapporti di forza e ti ritrovi nel governo che sei ostaggio di Mastella e Binetti.

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