Congresso del PRC, L’Unità ha preso una sVendola.

“Nella prima giornata del weekend occupato dal Comitato Politico Nazionale si è discusso soprattutto delle regole che dovranno governare il congresso: anche la semplice decisione se votare subito dopo il dibattito o se dare più tempo ai militanti del partito cambierebbe la posta in gioco. In linea teorica, infatti, la prima procedura favorirebbe Ferrero, che ha disposizione quelle che alcuni nel partito chiamano «truppe cammellate militarizzate». Dare più tempo per il voto, invece, consentirebbe a Vendola e ai suoi di contare anche sugli iscritti che meno partecipano alla vita del partito.” Così, la parte finale di un’articolo dell’ Unità on line che parla del nostro congresso. Non c’è che dire,  un bel modo hanno gli amici dell’Unità di fare chiarezza sul nostro dibattito. Per loro la divisione tra innovatori e cammellanti è già cosa data, e se questo sia da imputare ad imbeccate o meno non ci interessa. Quello che però ci preme è fare chiarezza vera, perchè il giornale del PD dimentica di dire che le modalità che Ramov Mantovani oggi ha illustrato, passate a larga maggioranza, sono state le stesse che hanno caratterizzato l’ultima conferenza nazionale dei Giovani Comunisti, che sono volte ad evitare fenomeni distorsivi e degenerativi in cui una parte dei militanti discute le varie tesi e altri vengono semplicemente a votare evitando ogni pratica partecipativa. Evidentemente l’Unità, che da un pezzo non è più il nostro giornale, ha deciso di tifare per una mozione, quella che è meno indigesta al progetto veltroniano del PD. Purtroppo, adesso è chiaro perchè il gruppo di Giordano ha voluto a tutti i costi un congresso a mozioni rifiutando la proposta unitaria del congresso a tesi: è perchè ci si preparava non a discutere della linea politica, ma a proporre una campagna leaderistica  intorno al nome di Vendola. Ma Rifondazione non era contro il presidenzialismo e la deriva plebiscitaria?

28 Responses to “Congresso del PRC, L’Unità ha preso una sVendola.”


  1. 1 Littlewave

    Facciamo tutti un grande sforzo: parliamo e confrontiamoci sui contenuti politici anche aspramente ma sempre con il massimo rispetto e non cadiamo nella trappola delle ripicche personali, nei pettegolezzi e nelle Verità….sarebbe quantomai deletereo e se questo non è possibile per i dirigenti del nostro partito almeno proviamoci noi dalla base, rifiutando queste logiche e imponendo un confronto serio e maturo.

  2. 2 franz

    Senza dubbio lo sforzo dovrà essere collettivo per evitare di cadere in personalismi, ma dire che una parte ha le truppe cammellate militarizzate e dall’altra dire che si è aperti a tutto è un modo scorretto di entrare nel dibattito interno di un partito, soprattutto quando questo è difficile come il nostro. Se poi chi fa queste operazioni è un giornale politico allora c’è da riflettere.
    Giorni addietro La stampa ha fatto un articolo simile a questo senza che nessuno si preoccupasse di smentirlo, non so Barenghi da che parte tiri, certo è che quell’articolo era abbastanza sbilanciato.
    Che i grandi giornali spingano per fare del nostro dibattito una guerra tra leader può essere lecito perchè fa parte del gioco, ma se si continua a pensare che il metodo di discussione sono le conferenze stampa, come Vendola ha fatto oggi a fine CPN, e le imbeccate ai giornalisti non c’è da aspettarsi niente di buono. Occorre chiedersi anche in questo congresso come mai la spettacolarizzazione della politica e il leaderismo sono entrati così pesantemente nella nostra cultura e nelle nostre pratiche. Penso che questo blog possa essere un luogo per riniziare a discutere dal basso fra compagni, e dire che un partito come il nostro è un’impresa collettiva, facciamolo vivere allora.

  3. 3 senza parole

    blog troppo fazioso e poco “trasparente”. un’altra bella trovata di mantovani. e poi dicono di unità.
    contenti voi…

  4. 4 Marisa

    Ma scusate ma Ferrero dov’è stato in questi due anni?
    Non era forse lui il ministro??
    Se non eravate daccordo con la “linea” perchè non avete parlato prima?
    Altro che ” chiarezza”…
    se anche voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti!!
    è una buffonata vera e propria!

  5. 5 silvestro80

    certo che offendere non è un buon modo di praticare l’unità…mi dispiace per questa ipocrisia

  6. 6 Paolo Ferrero

    Car* compagn*, io in questi due anni facevo il ministro, avendo condiviso la linea che ci siamo dati come partito negli ultimi 12 anni.
    Sono quindi responsabile quanto altri compagni e compagne, della sconfitta che abbiamo subito nelle elezioni.
    La pesantezza della sconfitta è tale che qualsiasi persona di buon senso si sarebbe interrogata sugli errori. Per un marxista la coerenza non sta nel ripetere sempre la stessa cosa anche se è sbagliata, ma di imparare dalle lezioni della storia.
    Quindi in merito alla linea politica la mia non è una critica ma una autocritica.
    Il punto su cui il gruppo dirigente di rifondazione comunista si è diviso non è quindi relativo alle ragioni di questa sconfitta storica, su cui c’è da scavare, da capire, non da dividersi o da cercare capri espiatori.

    Il punto di conflitto ha riguardato e riguarda invece la prospettiva di scioglimento di Rifondazione Comunista in un nuovo soggetto politico. Nel corso della campagna elettorale è stata autorevolmente avanzata la proposta politica del superamento di Rifondazione Comunista all’interno di una costituente della sinistra, da fare “con chi ci sta”. Questa proposta politica è stata avanzata sui mezzi di comunicazione di massa ed ha visto la predisposizione di appelli finalizzati a questo scopo. E’ stata cioè agita da una parte del gruppo dirigente come una prospettiva politica da praticare nel concreto. Addirittura, anche dopo la sconfitta elettorale è stato proposto di accelerare nella prospettiva del processo costituente della sinistra arcobaleno. Su questo si è diviso il gruppo dirigente, sia per ragioni di metodo – poiché mai era stata discussa né decisa da alcun organismo dirigente del partito – che di merito.

    Ritengo infatti che la Costituente della sinistra sia una proposta politica sbagliata.

    In primo luogo questa proposta non fa i conti con la sconfitta della sinistra. Il punto su cui si è determinata la sconfitta non riguarda le forme di organizzazione della sinistra politica ma il rapporto tra la sinistra e la società. Siamo stati percepiti come non utili dai nostri referenti sociali e non siamo stati in grado di aggredire gli effetti della crisi della globalizzazione, il diffuso senso di paura e insicurezza e paura su cui le destre populiste hanno costruito un processo egemonico che le ha portate al successo elettorale. Mettere al centro i processi di riaggregazione politica della sinistra (concretamente tra PRC e Sinistra Democratica, vista l’indisponibilità di PdCI e Verdi), non ci fa fare un passo in avanti nella soluzione della crisi verticale in cui è la sinistra è precipitata nel suo rapporto con la società.

    In secondo luogo la proposta della Costituente della sinistra aumenta la concorrenza interna alla sinistra stessa e questo è il contrario di ciò che serve per ripartire. Infatti, nella fase in cui la sinistra di alternativa ha funzionato meglio, a partire da Genova e nella fase successiva dell’opposizione a Berlusconi, un punto fondante era l’unitarietà del processo di costruzione di movimento che ha evitato sia spinte centrifughe e distruttive, sia gli elementi di moderatismo e di politicismo. In una situazione di sconfitta il punto dell’unità è infatti decisivo. La proposta della Costituente di sinistra inoltre apre spazi politici alla Costituente comunista, altrettanto sbagliata perché basata esclusivamente sul piano ideologico, incapace quindi di avere respiro programmatico e apertura ai movimenti, tali da incidere positivamente sulla realtà. Entrambi questi processi determinerebbero un terreno di spaccatura strutturale del movimento e metterebbero in grave difficoltà la costruzione di una sinistra e di una opposizione efficace. La realizzazione delle due costituenti rappresenterebbe la negazione del progetto politico di rifondazione comunista maturato dopo Genova.

    La riproposizione dell’importanza di Rifondazione Comunista, se finalizzata alla realizzazione della Costituente della sinistra, è infine un fatto politicamente residuale e conservatore, perchè non coglie il ruolo storico del progetto di Rifondazione Comunista. Tale progetto è basato, a partire dalla rottura con lo stalinismo, sull’unità dialettica di due termini che si qualificano a vicenda: la scelta dell’innovazione radicale e la scelta di rifarsi criticamente e praticando profonde cesure, ad un filone politico qualificato dal tema della rivoluzione, intesa come superamento del modo di produzione capitalistico. Il termine comunista è sinonimo di rivoluzionario. Proprio nella fase della crisi della globalizzazione capitalistica, in cui le politiche socialdemocratiche si rivelano inefficaci, ed in cui la destra populista si presenta con un volto “rivoluzionario”, la messa in discussione delle compatibilità capitalistiche rappresenta l’unica politica efficace con cui contendere l’egemonia alla destra. La proposta della Costituente di sinistra non rappresenta quindi l’inveramento o il superamento del progetto politico di rifondazione comunista ma la sua negazione in chiave moderata: la sopravvivenza dei ceti politici nella dissoluzione del progetto politico, proprio quando questo si presenta come effettiva necessità storica e non come mera conservazione di un patrimonio.

    Come vedi, non ci siamo divisi sulle responsabilità del passato ma sul futuro.

    Un caro saluto

    Paolo Ferrero

  7. 7 alessandro

    dai paolo che ce la facciamo a battere vendola

  8. 8 Luigi Vinci

    La sinistra come tendenza culturale… alla Veltroni

    L’auto-candidatura di Nichi Vendola a segretario del nostro partito pone qualche problema. Ovviamente la legittimità delle candidature e delle auto-candidature è fuori discussione. Questo però non risolve ogni cosa.

    E’ bene che si vada al ricalco, da parte di Rifondazione Comunista, del PD, e cioè a un’investitura per via plebiscitaria (è il tentativo) di una sua figura a segretario? Oppure che si vada al ricalco di quanto sta avvenendo nel PD degli Stati Uniti, la contrapposizione tra un nostro Barack Obama e una nostra Hillary Clinton? E’ bene, ancora, che si vada all’elezione del segretario attraverso un processo fondamentalmente sui mass-media, o meglio, in concreto, gestito dai mass-media (e, guardando a quali, gestito dal PD)? Io penso che tutto questo, che sta cominciando, sia culturalmente e politicamente pericolosissimo per il partito. Non ci vedo per niente la sua “ripartenza” ma un’incentivazione alla sua passivizzazione e al suo auto-dissolvimento.

    Vorrei anche suggerire a Nichi, amichevolmente, qualche modificazione al suo modo di rapportarsi al dibattito nel partito. L’agitazione evocativa di rischi terrificanti di involuzione passatista, senza mai determinarli, e la contrapposizione a questi rischi di una capacità luminosa, senza mai determinarla, costituiscono solo una posizione polverone. Sarà pure efficace sul terreno mediatico, ma tende a trasformare il dibattito di partito in conta tra tifoserie e in scontro verticale. Di là ci sono l’attardamento culturale, le certezze ossificate, il settarismo, di qua, da Nichi, l’innovazione culturale, la ricerca, la consapevolezza dei grandi problemi epocali, il rapporto sociale, addirittura il rifacimento generale della sinistra. Prometeo impallidirebbe. E’ il vero quadro delle nostre cose? Sono qui le ragioni della rottura della maggioranza di Venezia? Non è un po’ ridicolo, proprio come ci chiedono di essere i mass-media, per gratificarci del loro spazio?

    Appare specialmente retorico, in questo quadro, il continuo richiamo all’innovazione. C’è innovazione e innovazione. E’ frutto dell’innovazione la vittoria di Lugo in Paraguay e lo è anche la vittoria di Alemanno a Roma. Rifondazione Comunista ha senz’altro prodotto idee importanti negli anni scorsi, su più ordini di questioni. Ma è anche per un’invenzione sballata via l’altra, negli ultimi tempi, che siamo passati dall’8.6% al 2% circa di quota elettorale.

    La pretesa di unire innovazione a ricambio generazionale, ossessivamente praticata nei termini più burocratici e più arroganti in questi anni da parte del centro del partito, è risultata, a sua volta, oltre che di incentivo a fratture e a scontri tra compagni straordinariamente vuota di contenuto. L’innovazione è essere giovani? Davvero le esperienze di movimento di questi anni sono state fondamentalmente esperienze giovanili? Le generazioni militanti precedenti, provenienti dal PCI e, in qualche misura, dalla nuova sinistra sono state in larga parte messe da canto al centro del partito, con danno grave alla capacità reale di Rifondazione Comunista di connessione sociale e di attivazione di movimento. Parimenti il ricambio generazionale si è largamente palesato come lo strumento di una centralizzazione monarchica estrema del potere nel partito, e questo a beneficio di figure tutt’altro che giovani. Parimenti, ancora, una quantità di compagni più o meno giovani è stata trasformata in una lobby di arrampicatori famelici: sempre con danno grave alla capacità reale del partito di connessione sociale e di attivazione di movimento, inoltre con danno grave alla tenuta morale del partito.

    E, ancora, vorrei suggerire a Nichi di non continuare a celare che la rottura dentro alla maggioranza di Venezia non è precipitata contro l’idea (legittima) di un “superamento” di Rifondazione Comunista ma è precipitata contro l’avvio concreto del tentativo del suo scioglimento: e cioè a seguito della preparazione, nel corso della campagna elettorale, di un appello, con autorevoli firme sia interne che esterne a Rifondazione, alla costituzione di un nuovo soggetto partitico, a seguito inoltre della costituzione di un comitato per la gestione di questo soggetto, a seguito infine dell’indicazione di una giornata in cui tenerne l’assemblea nazionale costituente. D’altronde abbiamo letto tutti quanti i giornali, ascoltato le televisioni, letto Liberazione. Inoltre suggerirei a Nichi di non continuare a celare che questa rottura è avvenuta anche come reazione a uno “stile” di conduzione centrale del partito, già criticato (inutilmente) a Carrara, sempre più burocratica, sempre più esterna alle strutture legittime di partito, sempre più monarchica, sempre più affidata a una cerchia ristretta di fedelissimi, sempre più affidata ad annunci mediatici, sempre più distruttiva della coesione del partito e delle sue capacità di legame sociale e di iniziativa. Vogliamo renderci conto finalmente tutti quanti del fatto che buona parte del partito ha “scioperato” durante la campagna elettorale, non l’ha fatta, e che sono tanti i compagni che neppure hanno votato la Sinistra-l’Arcobaleno? Vogliamo finalmente capire che questo sciopero aveva sacrosante ragioni? Continuare a celare queste ovvie cose non solo non aiuta la ricostruzione unitaria del partito ma depone dal lato di una preoccupante intenzione di continuità con lo “stile” di conduzione di questi anni del partito.

    Depone infine assai male l’intenzione di Nichi (ancora Prometeo impallidirebbe) di diventare segretario del partito continuando però a essere a capo della giunta regionale pugliese. Le due cose richiedono ciascuna un’enorme quantità di tempo di intensissimo lavoro, sia per com’è messo oggi il partito, sia per non agevolare la conquista della Puglia, tra due anni, da parte della destra. L’unico modo che vedo di tenere davvero assieme le due cose è di consegnare a fedelissimi plenipotenziari la conduzione quotidiana del partito. Nichi gli telefonerebbe tutti i giorni e si farebbe vedere un giorno o due alla settimana a Roma. E’ accettabile, funzionerebbe? Penso che qui davvero ci sia una questione fondamentale di serietà e di rispetto per le compagne e i compagni di Rifondazione.

  9. 9 Alfio Nicotra

    Vorrei rispondere a Marisa, a Senzaparole e silvestro80.
    Lo faccio pubblicando qui di seguito un inedito: il mio intervento al seminario di Segni in cui la maggioranza bertinottiana venne convocata per discutere della strategia politica da assumere in quella fase (con Prodi già oltre un anno al governo) e su che base andare al congresso. Dopo la relazione di Giordano presi la parola e dissi quello che segue (a dimostrazione che qualcuno ha parlato in tempo e che dove si andava a parare era possibile prevederlo. In quel periodo si parlava di “cantiere della sinsitra”).
    Alfio Nicotra

    “Governo leggero, Movimento pesante”. Questa efficace parola d’ordine di Fausto Bertinotti era una architrave della linea del congresso di Venezia. A distanza di due anni, dopo oltre un anno di esperienza di governo, dobbiamo riconoscere che il tracciato segnato da quella bussola non è stato adeguatamente seguito. Non solo perché la “porosità” del governo, come dimostra anche in questi giorni la vicenda delle pensioni, non è stata tale da renderlo permeabile alle istanze della società, ma anche per le difficoltà oggettive del movimento e la inadeguatezza del nostro partito. Penso che dobbiamo dare una risposta a questo caposaldo della nostra linea politica non realizzato e penso che, a seconda del punto di vista in cui lo si affronti esso possa aiutare a capire meglio quello che il Prc deve fare anche in relazione al nodo della rifondazione della sinistra.
    Qui voglio premettere chiaramente che non sono affascinato alla discussione sugli “oltre” o sul rapido superamento del Prc – le cui enunciazioni dall’alto non aiutano e hanno un effetto controproducente- se prima appunto non rispondiamo alla nostra ragione sociale e sul perché il nostro fare società non sta funzionando a dovere e se questo non funzionare ha una qualche relazione con la nostra esperienza di governo.
    C’è un modo di reagire a questa difficoltà tutta politicista: il cantiere come sostituzione del movimento che non c’è, l’agglutinarsi delle sigle e dei gruppi dirigenti di ciò che esiste alla sinistra del Pd come nuovo orizzonte politico, come se l’unità facesse la forza a prescindere dai contenuti , dalle priorità e perché no, anche da quella parola bistrattata ma fondamentale nella costruzione di un soggetto politico, che si chiama identità.
    Il primo errore metodologico è sostituire in modo pedissequo il nodo della rifondazione comunista con quella della rifondazione della sinistra. E’ uno slittamento di piani che non può funzionare perché tende a rimuovere non il il 1917 o il 1921, ma i 16 anni percorsi dopo il crollo del muro di Berlino e lo schianto dei socialismi realizzati. Dai toni di alcuni interventi sembra quasi che si voglia tornare al 1991, come se questi anni non avessero fatto giustizia dell’impalcatura ideologico identitaria profondamente sbagliata che portò alla nascita prima del Pds, poi dei Ds ed infine nell’approdo moderato e americanizzante del partito democratico.
    Genova, il grande movimento pacifista e altermondialista, viene spesso enunciato non tanto per ciò che realmente di rivoluzionario ha rappresentato e rappresenta, ma solo per il suo carattere evocativo ed innovatore. Alla mia amica e compagna Patrizia Sentinelli vorrei dire che Genova fu possibile non perché scegliemmo parole d’ordine semplici ma perché il movimento assunse, nella sua pluralità, una identità unitaria radicale : la delegittimazione del summit e delle istituzioni sopranazionali antidemocratiche. “Nel “Voi G8, noi 6 miliardi” vi era segnata tutta l’irriformabilità del sistema del capitalismo globalizzato e dei suoi organismi di governo oltre che individuare la sua separazione dall’aspirazioni di vita, giustizia e pace della larghissima parte dell’umanità.
    Vorrei anche dire che la contaminazione tra diversi in un movimento ha un senso altro dalla contaminazione tra soggetti politici /partitici organizzati. La Sinistra Europea è stata possibile perché nella sua versione continentale ha dato una risposta alle esigenze che sorgono dal movimento e nella sua versione nazionale è il punto di incontro delle sinistre che il movimento antiliberista ha agito e attraversato. Il cantiere non ha questo vantaggio, questo alveo naturale dove sarebbe facile nuotare, sorge per effetto di un terremoto politico e in una situazione in cui questo forze sono collocate al governo. La Die Linke ha potuto formarsi ed affermarsi, ha ragione Mantovani a richiamarlo, prima in una situazione di opposizione di sinistra al governo rosa-verde di Schroder, ora in opposizione alla grande coalizione di Angela Markel.
    E’ questa collocazione radicale che porta Lafontaine a rompere con il PSE mentre è il PSE il punto di riferimento della Sinistra Democratica nella sua battaglia interna contro lo scioglimento dei Ds. Certo queste similitudini sbagliate non devono per questo scoraggiarci dal tentare un processo unitario della sinistra, ma questo processo sarà tanto più facile e limpido se non ci nascondiamo le difficoltà ed i nodi politici. Dunque non si “torna al ‘91”, non dobbiamo costruire un soggetto politico che ci faccia sentire, sedici anni dopo , dei “diessini più coerenti”. E’ una prospettiva, che almeno personalmente, non interessa affatto.

  10. 10 Alfio Nicotra

    cè un errore nella presentazione la frase corretta è “e su che base andare al congresso”
    Alfio

  11. 11 silvestro80

    caro Vinci,
    aldilà delle tue affermazioni politiche.
    1. non mi risulta che vendola si sia autocandidato…
    2. brutta molto brutta la tua affermazione sui giovani come lobby di arrampicatori famelici…
    come al solito la tua cultura - minoritaria - ti porta ad usare la denigrazione come strumento di lotta politica.
    Gravissima la tua affermazione sui compagni di rifondazione che non hanno votato sinistra arcobaleno. se c’è una parte del gruppo dirigente che ha praticato questo obiettivo - come sembra dalle tue parole - faresti meglio a fare nomi e cognomi.

  12. 12 Giorgio

    Comunque Vendola si è autocandidato e ieri ha fatto una conferenza stampa per ribadirlo pubblicamente.

  13. 13 alessandro

    silvestro 80 il signor vendola é un veltroni riuscito peggio

  14. 14 alessandro bernardi

    Condivido parola per parola l’intervento di Alfio Nicotra. Aggiungo che su alcune questioni, come il giudizio sul PD, sul congresso di Venezia e sulla rottura del concetto di delega/governismo, la prima bozza del documento Acerbo mi sembra sia ancora carente. Lavoreremo per completarlo.
    Saluti e libertà.
    Ale B.

  15. 15 Damiano G. Dalerba

    Condivido l’affermazione dei Vinci sulla lobby dei “giovani arrampicatori famelici” ma credo dovrebbe essere affiancata dalla denuncia di un’altra lobby, quella gerontocratica, che ha avuto fino ad oggi, come primo pensiero, la tutela dell’attuale ceto politico e della sua riproduzione attraverso indegne forme di servilismo. Troppo spesso nel nostro partito non ha funzionato un sistema meritocratico, quanto piuttosto un sistema di spartizioni che garantisse dubbi equilibri (basta vedere come sono state realizzate le liste della sinistra arcobaleno: calate dall’alto senza un minimo di reale democrazia interna) in cui sono andati avanti più che altro gli stretti collaboratori di fiducia, azzerando lo storico valore aggiunto delle nostre liste delle rappresentatività territoriale.
    Io credo che il popolo della Sinistra, il nostro Partito, chiedano a gran voce che torni ad essere preminente LA QUESTIONE MORALE. Un segnale non abbastanza analizzato al nostro interno è il successo di Beppe Grillo che il 25 aprile raccoglie in un solo giorno 450.000 firme (circa la metà dei voti totali della sinistra arcobaleno), lavorando proprio sulle diverse sfumature della questione morale all’italiana.
    Come fare a creare una vera democrazia dal basso all’interno del nostro partito? Non ho l’arroganza di avere soluzioni alla mano ma un’idea si: perchè, nell’era di Internet, non diamo ad ogni iscritto la possibilità via web di votare per le maggiori decisioni (dopo l’opportuna modifica statutaria)? Dagli organismi dirigenti, alle maggiori scelte politiche, ai candidati nelle diverse elezioni. Abbiamo già anche i codici di accesso univoci distribuiti: il numero della propria tessera di partito che potrebbe essere abilitata al voto solo dopo la consegna presso le federazioni. Ogni circolo dovrebbe solamente garantire ai compagni che non sanno/possono usare il computer il voto per delega al collegio di garanzia…

  16. 16 Marco Sferini

    Nichi Vendola, in una intervista oggi su Liberazione (13 maggio 2008), propone argomentazioni e programmi che sarebbero sottoscritti da chiunque di noi. Dice senza dire e non dice perchè vorrebbe dire a tutti i compagni e a tutte le compagne che la proposta della Costituente della sinistra ha come sbocco ultimo la dissolvenza, lo scioglimento di Rifondazione Comunista.
    Occorre ridare alle parole il loro senso primo, riconsegnare loro la qualità che spetta al dire tradotto nel concreto del fare.
    Le opzioni maggiori in questo congresso sono due: Vendola da un lato e Ferrero dall’altro. E non perchè c’è una divisione surrettizia, fondata sulla mera volontà di appariscenza politica. C’è una prospettiva diametralmente diversa proprio sul futuro, su come intendere il ruolo del PRC e della sinistra. Noi Rifondazione Comunista non la vogliamo sciogliere e lo diciamo chiaramente, con nettezza. Se lo dice anche Vendola mi fa piacere, ma se poi fa seguire la proposta della Costituente della sinistra, allora la prima affermazione è solo una predisposizione a ciò che a parole non dice… Quella di Vendola e Giordano è una proposta ipocrita, che gioca sul sottile campo dell’ambiguità. Attenti a noi tutti, compagne e compagni…
    Saluti fraterni.

    Marco Sferini
    segreteria provinciale PRC Savona

  17. 17 vittorio

    Io credo che sia ora di riflettere sulle vere ragioni dello scontro interno tra “Costituenti” e “Anticostituenti.
    L’intervista di Vendola di oggi su Liberazione è esaustiva.
    Il reale motivo del contendere non è tra chi vuole sciogliere il partito e chi no,ma piuttosto tra chi vuole mantenere posizioni ed obiettivi propri della sinistra e chi vuole invece ritagliarsi un piccolissimo spazio di potere e visibilità politica e personale tramite la subalternità al P.D. ed alla sua linea politica, che ad oggi è rappresentata dalle idee di Valter Veltroni.
    Nell’intervista Vendola afferma 2 cose:1) Chi non è per la costiuente è uno che vuole rintanarsi nella sua nicchia identitaria ed è destinato a ricoprire un ruolo di testimonianza senza nessuna possibilita di incidere sul migliramento delle condizioni di vita delle fascie di popolazine meno abbienti.2)chi non vuole la costituente regalerà a Veltroni una Sinistra intrisa di “vuoto estremismo” che non farà altro che favorire lo stesso P.D.
    Entrambe le affermazioni oltre ad essere molto nocive per cercare di preservare l’unità del partito,sono assolutamente infondate.Mantenere viva Rifondazione non significa essere identitari,ma praticamente, vista l’incosistenza e l’indisponibilità di altri, significa preservare l’unico strumento ancora (anche se precariamente) funzionante a livello nazionale.Sulla seconda, se Vendola intende per”vuoto estremismo” obiettivi quali l’abolizione del precariato , la chiusura dei C.P.T.o diritti civili per tutti alloa io mi ritengo un vuoto estremista.
    Il soggetto politico nuovo della sinistra che ha in testa Vendola ripropone lo stesso identico,ed oramai purtroppo verificato errore che abbiamo fatto nell’esperienza di governo,pensare che lo stesso potesse essere permeabile alle istanze dei movimenti,mentre lo è stato solamente verso le istanze dei poteri forti sia economici che politici.
    Vendola ripropone la stessa minestra riscaldata,il P.D sarà permeabile alle istanze di una sinistra”decaffeinata”e forse ci concederanno qualche briciolina su alcuni temi di opposizione al governo Berlusconi.
    Questo per dire come il motivo del contendere nel P.R.C. è in realtà tra chi vuole mantenere una forte autonomia politica e programmatica come sinistra, e chi vuole sposare posizioni”neo centriste” poco distanti da quelle del P.D.
    Non escluderei che subito dopo la costituente della sinistra,la prossima proposta sia quella di confluire nel P.d. e fare l’ala sinistra dello stesso,credo che in molti fuori e dentro il partito ci stanno pensando , e le sirene di Dalema vanno in questa direzione non solo verso sinistra democratica ma anche verso molti di Rifondazione.
    Vittorio Rimini

  18. 18 Luca Marini

    Ma Vittorio, praticamente mi hai tolto le parole di bocca.
    inoltre visto che secondo me l’analisi sulla sinistra europea nella bozza è un po’ carente. Per un contributo, per un arricchimento si potrebbe integrare con quello che Alfio Nicotra disse un anno fa e cioe


    La Sinistra Europea è stata possibile perché nella sua versione continentale ha dato una risposta alle esigenze che sorgono dal movimento e nella sua versione nazionale è il punto di incontro delle sinistre che il movimento antiliberista ha agito e attraversato. Il cantiere non ha questo vantaggio, questo alveo naturale dove sarebbe facile nuotare, sorge per effetto di un terremoto politico e in una situazione in cui questo forze sono collocate al governo. La Die Linke ha potuto formarsi ed affermarsi, ha ragione Mantovani a richiamarlo, prima in una situazione di opposizione di sinistra al governo rosa-verde di Schroder, ora in opposizione alla grande coalizione di Angela Markel.
    E’ questa collocazione radicale che porta Lafontaine a rompere con il PSE mentre è il PSE il punto di riferimento della Sinistra Democratica nella sua battaglia interna contro lo scioglimento dei Ds”.

    Luca Marini

  19. 19 Luca Marini

    invece del cantiere ci metterei la costituente

    Luca Marini

  20. 20 luna

    rimango basita dal tono della discussione, questa non è la rifondazione che vogliamo, ciò a dire una casa aperta, dove sapersi e volersi confrontare oltre che con i compagni “di tessera” ancuhe con tutte quelle persone che ci “siedono affianco”! io penso che rinchiudersi in un fortino e poi fare nuovi cartelli elettorali alle prossime elezioni non pagherà…, penso altresì che dare vita ad una costituente aperta, contaminante, di pari dignità per tutti, sia la via per intraprendere un percorso ed un processo di trasformazione sociale e culturale. Non credo ci faccia bene trascorrere notti “dai lunghi coltelli”, nè leggere certi post offensivi nei confronti dei compagni che stanno dando l’anima per il nostro partito e nel caso di Vendola, amministrando con grande coraggio. Da pugliese vi chiedo di smetterla di postare cazzate…

  21. 21 Luca Carraro

    Guardate, innanzitutto credo che il vero antidoto alla scivolamento della nostra discussione lungo il crinale leaderista sia quello di tornare a parlare dei problemi.
    Francamente un match Vendola - Ferrero (o Ferrero - Vendola, tutto sta a decidere chi gioca in casa…) non mi appassiona e rischia di svilire il dibattito rendendolo una semplice ammassarsi di dichiarazione di fede in questa o quella mozione. Col rischio, tra le altre cose, di perdere di vista una realtà dura e limpida come un diamante: ci stanno cancellando.

    Secondo me è questo il punto da cui dovremmo partire: come possono esserci riusciti? o meglio, quali errori ci hanno condotto a tal segno?
    Le risposte non sono ovviamente lì pronte in bella mostra, ma possiamo almeno provare a delinearle.

    La prima questione da affrontare è l’utilità di Rifondazione Comunista. Beh, ovviamente per utilità intendo la percezione che il nostro popolo ha della capacità di questo partito di incidere nel concreto.

    I flussi elettorali ci dicono almeno due cose chiare, la prima è che il nostro voto si è riversato per buona parte verso il PD, la seconda è che questo processo non è irreversibile, visti i risultati delle elezioni locali.

    Ma come è potuto accadere? Io penso di avere un’ipotesi in merito, ed è legata al nostro modo di affrontare le questioni materiali che investono la vita materiale della persone.

    Forse lo avete già fatto, ma avete notato che quanti ci stanno accanto nella vita di tutti i giorni, e mi riferisco soprattutto ai lavoratori subordinati scarsamente qualificati, hanno sempre meno voglia di spingere il loro orizzonte ideale aldilà dei semplici problemi quotidiani? Avete notato, anzi, come spesso è volentieri la risposta sia nella negazione del proprio “posto nel mondo”? Soprattutto tra i giovani?

    Quando poi le motivazioni di voto escono da questo schema, le soluzioni “ideologiche” vanno dalla pura e semplice emulazione dei modelli erogati a piene mani dalla televisione, ai più pericolosi ripiegamenti nelle identità “minime”, siano queste etniche o di altro tipo. Contro le quali, diciamoci la verità, non abbiamo armi.

    La prima questione è tutta qui: chi ha scelto altre strade spesso ha ragionato in base ai propri problemi. E forse nelle nostre parole ha trovato conforto, ma ben poche soluzioni. Quindi ha semplicemente scelto quella che sembrava essere un rimedio almeno parziale, un sollievo al proprio disagio. Il minore dei mali.

    Perché vedete Compagni, Rifondazione Comunista ha un vizio antico, spesso riesce a produrre analisi convincenti e ficcanti, ma ben di rado a tali analisi fa seguire delle soluzioni concrete, cioè capaci di essere ad un tempo pertinenti, fattibili, efficaci ed efficienti; e guardate che se uno ha un problema, non vuole avere una spiegazione. Vuole che qualcuno glielo risolva.

    Spero sia chiaro che una soluzione per essere tale deve essere assolutamente concreta. Senno non colpisce nel segno. Senno richiederebbe un’adesione ideologica, e da questo punto di vista non credo ci sia molto da spendere.

    Ora la cosa buffa, perdonate l’eufemismo, è che i nostri uomini , una volta messi alla prova, si sono rivelati spesso capaci amministratori e veri, si direbbe oggi, “uomini del fare”. Un vero peccato che poi però di tutta questa “concretezza rivoluzionaria” traspaia un po’ troppo poco nel nostro agire e nelle nostre proposte a livello nazionale.

    Per concludere spero e auguro a questo Partito che il prossimo congresso segni un profondo cambio di metodo nel nostro modo di affrontare il dibattito, orientandolo appunto all’elaborazione di soluzioni, piuttosto che alla conta tra tifoserie.

    Perché se è vero che la marginalizzazione cui stiamo andando incontro è, come dicevo sulla scorta dei risultati alle amministrative, ancora reversibile, non credo lo sarà per sempre.

    Luca Carraro - Circolo PRC di Trecasali(PR)

  22. 22 antonio

    Cara luna,
    fino a prova contraria, solo l’attuale maggioranza del Partito (Ferrero, Grassi, Mantovani, etc.) ha chiesto unità attraverso un congresso a tesi e non altri, che, al contrario, hanno voluto un congresso a mozioni contrapposte, proprio per spaccare un Partito uscito disastrato dall’ultima tornata elettorale. Non è una “resa dei conti”, ma un “fare i conti con la realtà”. E la realtà ci dice che c’è bisogno di un Partito forte della Rifondazione Comunista, che sia in grado di rivivere la società, la quotidianità e di dare risposte palpabili di cambiamento. Un Partito forte che miri a questo insieme alle altre forze sociali e politiche della sinistra. Solo così si avrà una sinistra efficace. Solo così avrà spessore l’opposizione sociale al Governo Berlusconi. E non certo con lo scioglimento del Partito per qualcosa di poco chiaro e scelto senza la partecipazione di tutti i compagni. Vendola già sta praticando questo progetto poco chiaro e lo ha dimostrato con la sua autocandidatura spostando il dibattito politico dalla partecipazione al lidearismo, contro lo stesso pensiero che ha contraddistinto Rifondazione negli anni.
    Allora, se anche tu vuoi capovolgere il tutto, possiamo dire per farti contenta: “Noi la smettiamo con queste cazzate, ma tu smettila con tutte queste verità”

  23. 23 alessandro

    CARO LUCA CARRARO TU DICI LA CONCRETEZZA. QUESTO RICHIAMA LAQUESTIONE DEL GOVERNO . I DUE ANNI DI GOVERNO NAZIONALE HANNO DIMOSTRATO CHE NON SI PUò GOVERNARE CON UN PARTITO COME IL PD CHE FA DELLA COMPATIBILITà NEOLIBERISTICA LA SUA RAGIONE D’ESSERE .cI ABBIAMO PROVATO MA NE SIAMO USCITI DISTRUTTI DISSANGUATI. ADESSO BISOGNA ORGANIZZARSI E RADICARSI SUL TERRITORIO IN MANIERA FORTISSIMA E MOBILITARCI FORTEMENTE PER L’OPPOSIZIONE NON SOLO A BERLUSCONI MA A QUESTO MODELLO DI SOCIETà. E SONO CONVINTO CHE LA GENTE FRA NON MOLTO LA GENTE SI RENDERà CONTO CHE IL NEMICO NON SONO I ROM O GLI IMMIGRATI MA LO SFRUTTAMENTO CHE DERIVA DALLA GLOBALIZZAZIONE NEOLIBERISTA. A LIVELLO LOCALE(TU TI RIFERIVI A QUESTO) SI POSSONO FARE ALLEANZE MA INDIVIDUANDO OBIETTIVI CHIARI E INEQUIVOCABILI COME LA CASA O I SERVIZI SOCIALI

  24. 24 senza parole

    devo dire che ciò che più mi spaventa oggi in questo partito è la facilità con cui si mettono in discussione scelte politiche costruite nel tempo.
    dove doveva portare la sinistra europea? non alla costruzione di un soggetto nuovo, diverso dai partiti novecenteschi che sapesse comprendere le differenze in una unità politica e programmatica? ( scusate se abbrevio in modo barbaro…)
    comunque il punto è un altro. dobbiamo provare a modificare il nostro agire politico se vogliamo ri-stabilire una connessione sentimentale con quel pezzo di società ( le lavoratrici ed i lavoratori, i precari, i nuovi sfruttati, i migranti etc..) che proviamo a rappresentare. parafrasando un signore d’altri tempi CHE FARE? bella domanda.
    credo che il ripararsi sotto l’ombrello identitario sia una risposta sbagliata proprio perchè ormai lontano anni luce dal contesto in cui viviamo. la globalizzazione ha spaccato i recinti identitari, modificando il valore dello stato nazione aprendosi al mondo ed alla contaminazione. si può essere contrari o favorevoli ma questo è il dato. allora credo che se davvero vogliamo stabilire un rapporto reale con l’altro da sè, il mondo, gli altri, se vogliamo ambire a trasformare il mondo dobbiamo provare a ri-partire dal discorso che avevamo intrapreso a genova e sviluppato a firenze. cioè il valore della RELAZIONE NON COME PRATICA O COME MEZZO MA COME BUSSOLA DEL NOSTRO FARE POLITICA. bisogna fare politica per la relazione e attraverso la relazione, intesa come modalità di ascolto reciproco e costruzione comune. proprio perchè oggi in un mondo così complesso noi non abbiamo verità certe o risposte preconfezionate!!!
    allora bene il progetto di costituente, bene la contaminazione, bene l’idea secondo cui le differenze vengano messe al servizio di una elaborazione collettiva.
    se non partiamo da questo punto potremmo continuare a vivacchiare ( come abbiamo fatto dal 94 ad oggi) ma non saremo in grado di essere nemmeno spettatori dei processi di trasformazione dello stato di cose presente.
    i miei sono punti che vanno spiegati e snocciolati in maniera più puntigliosa ma lo spazio è quello che è, spero di essermi fatto capire.
    una sola provocazione. oggi si parla di antiliderismo, ce la si prende con bertinotti come l’artefice di tutti i mali. fino ad ora quanti ( tranne le minoranze) avevano messo in discussione le proposte del grande capo? le teorizzazioni del gruppo dirigente venivano prese come dogmi, guai a portare punti di criticità. oggi che il “re è morto” la servitù si sfoga dopo anni di frustrazione, butta a terra i simboli del potere, pianta nelle piazze gli alberi della libertà, pronta a chinare il capo verso il nuovo re. masaniello è arrivato.
    “è morto il re, evviva il re!!!!!”
    attenzione, la storia quando si ripete, lo fa attraverso la farsa, diceva qualcuno.

  25. 25 Luca Carraro

    Caro Alessandro,
    la mia posizione non riguarda tanto la partecipazione alle giunte locali, rispetto alla quale, sono d’accordo con te, deve valere sempre il principio per cui ci si deve accordare solo su obiettivi concreti e verificabili.
    Il problema è più profondo, e investe il nostro modo di fare politica e il rapporto con questa società.
    Siamo sicuri che contrapporsi al governo Berlusconi - oltre che all’opposizione consociativa del PD - basti a traghettarci fuori dalle secche? Siamo sicuri che basti dichiararci in opposizione e “alieni a ogni compromesso (R. Gaetano)” per risalire la china? In altre parole basta un’identità, magari nuova e sfavillante, oppure al contrario onusta di tradizione ed onori per definire il nostro ruolo.
    Non credo. Una forza politica è determinata da ciò che fa, o è in grado di fare.
    E oggi siamo in grado di fare assai poco.
    A meno che la questione non sia semplicemente recuperare qualche punto percentuale, ma ne vale veramente la pena?
    Io credo che un Partito Comunista o è in grado di incidere, qui ed ora, nella vita dei lavoratori che intende rappresentare, oppure non serve a nulla. Tanto per essere chiari non mi interessa né vivacchiare in una riserva indiana, né far dipendere la mia agibilità politica dagli spazi che ci verranno concessi dal PD.
    Partire dai problemi è a mio avviso l’unico modo di ingaggiare col PD una vera lotta per l’egemonia nel campo della Sinistra, e invertire il corso della restaurazione cui stiamo assistendo dalla caduta del muro di Berlino in avanti.
    Tutto il resto deve commisurarsi a questo obiettivo. Se così non fosse saremmo inevitabilmente destinati al ruolo di outsider sociali, come ne sono sempre esistiti nella storia, ma senza aver mai inciso minimamente. Una fine davvero ingloriosa per chi voleva dare l’assalto al cielo.

    Luca

    PS: Mi scuso per eventuali strafalcioni o sviste. :)

  26. 26 alessandro bernardi

    Caro “senza parole”, mi dispiace ma sulla Sinistra Europea secondo me sbagli.
    Il PROCESSO della SE non pre-determinava l’approdo (il contenitore), ma costruiva le modalità e l’impegno per affrontare il viaggio assieme. Un viaggio fatto di idee e pratiche condivise. Un viaggio al cui termine - se mai ci fosse stato - i viaggiatori avrebbero deciso (assieme con pari dignità e potere) il che fare.
    Esattamente il contrario di quello che sarebbe stata la SinArc.

    Per Luca: il tema dell’efficacia che poni è giusto, ma la domanda secondo me è: solo entrando nelle stanze del potere è possibile modificare qui ed ora le condizioni della gente?
    Il qui ed ora riguarda il conflitto sociale o la mediazione istituzionale?
    E non è una questione di principio (ideologica), ma concreta. Nello scontro alto/basso no dove ci collochiamo? Se lo stato centrale assume sempre più una funzione di pura formalizzazione di quanto è già avvenuto nei territori (intesi in senso politico e non geigrafico), muta anche la funzione delle istituzioni nazionali e locali.
    Ed ancora, quando si entra a far parte di una istituzione si cessa di essere portavoci del Prc e dei conflitti e si diventa assessori, consiglieri, ministri “di tutti”, cancellando la diversità che ti ha portato in quel luogo?
    Credo che questi siano alcune delle questioni su cui dobbiamo interrogarci da qui al congresso - ed anche dopo - per dare un senso alla prosecuzione dell’esperienza della Rifondazione Comunista.
    Come diceva quel tale “camminare domandando”………..
    Saluti e libertà.
    Alessandro Bernardi

  27. 27 franz

    Dal sito di sinistrasociale.it sul partito sociale.

    Di seguito una serie di articoli che in qualche modo aprono il dibatitto rispetto al tema del partito sociale e la crisi della politica. Una traccia di discussione che si sta sviluppando in questi mesi e che sinistra sociale segue da tempo, utile anche per il nostro dbattito interno.

    Un partito rosso pomodoro
    I protagonisti «Abbiamo costruito un’organizzazione di attivisti, con un forte radicamento
    locale. E lo abbiamo fatto in una delle società più ricche del mondo» Viaggio nella Sp A
    sinistra la rivelazione politica delle ultime elezioni olandesi. Voti triplicati, iscritti in continuo aumento e tanta voglia di battere i socialdemocratici

    Luca Tomassini

    Inviato a Amsterdam
    L’appuntamento con Hans van Heiningen è alle nove del mattino, nella sua abitazione ad Amsterdam sud. Non lontano si trova una delle principali moschee della città, l’anno scorso al centro di polemiche sfociate nell’espulsione dall’Olanda di un imam. Cinquantaquattro anni, di cui otto passati con la moglie medico nel Nicaragua sandinista, per lungo tempo attivo in quel movimento che a partire dagli anni ‘80 aveva trasformato il centro della sua città in una caledoscopica jungla di case occupate, è stato tra i principali animatori dell’opposizione alla guerra in Irak. Nel 2002 il grande salto: si iscrive al Partito socialista (Sp) per divenire nel giro di tre anni segretario nazionale organizzativo. Una “carriera” folgorante che non è un’eccezione ma la regola in un’organizzazione fondata nel 1972 da un manipolo di maoisti e impostasi nelle elezioni nazionali dello scorso 22 novembre come la vera rivelazione della scena politica olandese, volando dal 6 al 17% dei voti.
    Una rapida occhiata all’appartamento, un caffé e poi in macchina verso Het land van ooit («Il paese di mai»), un parco divertimenti stile fantasy-medievale nel Noord-Brabant, per immergersi nella campagna elettorale in vista del voto regionale dello scorso mercoledì. «E’ proprio da queste parti che nasceva l’Sp - racconta van Heiningen mentre un muro di pioggia si abbatte sul parabrezza -. Le nostre radici sono nei piccoli centri del sud cattolico, da qui è iniziato il nostro assedio alle città». Assedio più che riuscito, e non solo elettoralmente: il numero dei militanti, caso unico in Olanda, è in crescita vertiginosa. E l’anno scorso Jan Marijnissen, presidente e leader indiscusso del partito da più di vent’anni, si è presentato con un mazzo di fiori a casa dell’iscritta numero 50mila, una giovane di origini turche residente ad Amsterdam. Che lo ha ricevuto con i capelli coperti da un velo. Van Heiningen spiega che «siamo oramai uno specchio della società olandese, anche per quanto riguarda la presenza degli immigrati: siamo un partito popolare, di attivisti, con un forte radicamento locale. E siamo riusciti a fare tutto questo in
    una delle società più ricche del mondo, dove il problema non è certo la lotta di classe: meglio denunciare la vergogna che il 10% dei giovani olandesi vive in povertà». Forse è proprio qui quello che è stato definito «il segreto di Oss», dal nome del piccolo centro dove Marijnissen è nato e che ha dato al partito il suoi primi eletti locali nel lontano 1974: nell’approccio pratico, «post-ideologico», nella capacità di dare risposta ai bisogni quotidiani delle persone. Lotte per il diritto alla casa, per la difesa dell’ambiente, contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, fino all’impegno nelle voedselbanken, organismi che raccolgono nei supermercati prodotti destinati al macero per distribuirli ai poveri. E questo con chiunque, dal collettivo di giovani radicali fino all’associazione caritatevole cristiana. «Cosa mi ha più colpito - dice mentre parcheggiamo - quando sono entrato nel partito? L’efficacia. La nostra è una macchina perfettamente adatta a crescere in un
    periodo di egemonia della destra». Van Heiningen mostra una copia del Volkskrant, secondo quotidiano del paese di tendenza liberalsocialista, dove il noto articolista Henrik-Jan Scoo dichiara il suo voto: «E’ ora che la politica si faccia più umana e sociale, nel giardino di casa come nella capitale. E a volte l’Sp sembra l’unico vero partito politico sopravvissuto: serio, concreto e capace di mobilitare». Ma forse non è tutto qui. In un paese attraversato da una religiosità profonda, che negli anni ‘70 aveva amato l’allora leader socialdemocratico (PvdA) Joop den Uyl e la sua proposta di salari uguali per tutti, i deputati dell’Sp che consegnano l’intero stipendio al partito per riceverne 2.000 euro al mese non possono che suscitare fiducia. Così come l’orgogliosa rivendicazione delle proprie origini operaie di Marijnissen medesimo, l’unico politico di un certo rilievo che non si sia trasferito all’Aia, la capitale. E’ uno “stile” raccomandato su un vero e proprio manuale per
    militanti partorito circa dieci anni fa, e significativamente intitolato «Lokaal Actief», dove molto spazio è dedicato all’esempio che ogni iscritto al partito è chiamato a
    dare. «Sperimentiamo su noi stessi cosa significa vivere in maniera modesta, come socialisti», spiega van Heiningen mentre ci facciamo largo tra biciclette con rimorchi a forma di pomodoro dai quali viene distribuita zuppa di pomodoro, giovani con pomodori dipinti sul viso distribuiscono spugnette a forma di pomodoro e i più grandi bevono birra appoggiando i loro bicchieri su cartoncini a forma di pomodoro. Poco lontano una piccola folla circonda la Fiat 500 rosso pomodoro usata da Marijnissen in campagna elettorale. Inutile dirlo, è il «pomodoro» il simbolo del partito, dal 1994. In quell’anno Marijnissen faceva il suo ingresso in parlamento dopo una aggressiva campagna contro il PvdA di Wim Kok, che avrebbe dato vita alla coalizione “porpora” con i liberali (Vvd) e inaugurato una stagione fatta di diritti civili e liberismo. Lo slogan era «Vota contro, vota Sp», su un manifesto col disegno di un omino nell’atto di lanciare, appunto, un pomodoro contro il palazzo del governo. All’interno del parco c’è di tutto, spettacoli con con fatine per i bambini e concerto stile roaring sixties per i più grandicelli, in attesa dei comizi finali.
    Mikie, 19 anni, pettorina rossa, diploma tecnico e iscritta a una laurea breve, viene da Tilburg, a Sud: «Nell’Sp imparo cos’è la politica. Ho conosciuto tanta gente e ho anche imparato qualcosa su me stessa. E’ importante incontrare persone diverse da te». Ma perché proprio l’Sp? «Sono gli unici che fanno veramente qualcosa per i giovani: centri sociali, attività ricreative, iniziative culturali. E poi la casa». A Ton, studente universitario a Amsterdam, piace «la loro concretezza». Dice di volere una società più umana e solidale e anche lui insiste sul fatto che con l’Sp impara «a conoscere la politica». E Pim Fortuyn, Theo van Ghog e le tensioni esplose dopo l’11 settembre 2001? «E’ vero, c’è un razzismo diffuso. Le persone sono sole, spaventate e per questo si barricano nelle loro case.
    Mentre i politici non fanno altro che indurle ad avere sempre più paura». Dopo l’assegnazione di un premio per il miglior manifesto elettorale, è l’ora dei comizi: esordisce il senatore Tiny Cox. Quando grida che presto l’Sp supererà il PvdA gli applausi sono scroscianti, e quando domanda quanti tra i presenti votassero socialdemocratico almeno la metà della sala alza la mano. Tocca a Marijnissen, che salta sul palco afferrando un borsalino e saluta quasi come un giullare: è attento a gettare sul PvdA le responsabilità della mancata formazione di una coalizione di sinistra. Ora la parola d’ordine è «Vota per, vota Sp»: «Oramai il problema non è più se andremo al governo, ma quando». Ancora applausi. L’obiettivo è chiaro e i quattro anni di opposizione probabilmente attendono il
    partito di Marijnissen serviranno per consolidare l’organizzazione. «Mi sono dato questo tempo per trasformare la quantità in qualità - spiega van Heiningen sulla via del ritorno - e per questo stiamo intensificando gli sforzi per la formazione dei quadri». Un argomento caro a Ronald van Raak, 37 anni, senatore prima e oggi deputato alla testa del “dipartimento cultura”. Non si definisce marxista ma ha appena pubblicato «Una vita piena e rossa» dove con altri commenta vari testi della tradizione socialista. Vive a Amsterdam e lo incontriamo nel centralissimo caffé de Balie, a due passi dall’università. «Siamo un partito popolare - ripete anche lui - ma gli intellettuali cominciano a avvicinarsi. Ci sono due problemi, uno legato alla loro età, l’altro che definirei più propriamente di classe. I più anziani sono con noi ma restano legati al PvdA. E poi gli intellettuali sono individualisti, faticano a trovare il loro posto in un partito di militanti. Ma per i giovani il discorso è diverso,si avvicinano a noi e cercano più che un semplice stipendio». Parla del corso “Marx for dummies”, organizzato l’estate scorsa, e ne annuncia uno sulla storia del movimento socialista: «Ma non ci identifichiamo con nessuna corrente di
    pensiero», precisa. Forse, per capire, bisogna ricordare che in Olanda a parte Spinoza teorici politici di rilievo non sono mai esistiti, ma van Raak suggerisce anche di andare a Rotterdam a vedere una lezione Actievoering, organizzazione di azioni. Lì, nella spartana direzione nazionale del partito, attende Leo de Kleijn, consigliere comunale, tessera dal 2002 dopo anni nel Socialist international, una piccola organizzazione di ispirazione trotzkista. Che l’anno scorso è entrata nell’Sp ma è
    stata subito espulsa: «Sono stati troppo bruschi, si presentavano alle riunioni con le loro bandiere». E’ l’unico caso di provvedimenti disciplinari di cui siamo venuti a
    conoscenza, in un partito che tuttavia ha conosciuto momenti di intenso dibattito interno. Per esempio quando ha “riconosciuto” la Nato e molti militanti «temevano di vedere l’Sp fare la fine del PvdA». Le lezioni di Actievoering si svolgono in un centro so ciale, dove una ventina di persone seguono Mark, armato di computer e proiettore. Tra le massime sullo schermo: «Nessun diritto di parola senza inchiesta», poi una lunga lista di indicazioni pratiche, centrate sul rapporto con le persone, con i loro bisogni, fino a un rotondo «servire il popolo». Alla fine è il momento delle proposte degli “studenti”: i biondi concordano sull’occupare case, gli immigrati e i loro figli sostengono invece iniziative contro la destra razzista. Ipotesi bocciata perché, spiega Mark, «così si scatenano emozioni che impediscono di ragionare, di convincere. Meglio portare quelle persone con noi a prendere possesso di un appartamento».

    Articolo uscito su Liberazione venerdi 1 febbraio

    DI QUALE PARTITO ABBIAMO BISOGNO ? COSA E’ UTILE ALLA SOCIETA’ ? COSA E’ UTILE AL PARTITO ?

    Riteniamo che sia un’errore strategico connotare il tema della crisi della politica come elemento esclusivamente negativo senza iniziare una ricerca seria per capire da dove nascono le cause e le fratture sociali che la determinano, e riteniamo che sia altrettanto sbagliato, opporre a questo processo il tema dell’unità a sinistra, che è necessaria ma di per se non sufficiente. Lo scarto, tra sociale e politico, oggi investe le forme della rappresentanza e della militanza politica, destruttura i corpi intermedi e diviene quanto più intenso quanto più la società si frammenta. Un doppio movimento che si è maturato in maniera progressiva in decenni di trend negativo per la sinistra dovuto alla restaurazione capitalista. Le implicazioni di questo fenomeno vanno ricercate nel primato dell’economia sulla società, nella sconfitta storica del movimento operaio, nelle impressionanti trasformazioni sociali che sono arrivate alla piena maturazione in questo inizio di secolo. Ognuno di questi argomenti andrebbe approfondito, ma vogliamo concentrarci invece, per provare a capire se in questa faglia che si è prodotta nella società tra politica e sociale, e tra casta e “pari”, possiamo paradossalmente trovare dei punti utili per innovare, anche sul versante organizzativo sia il nostro partito, sia il processo costitutivo di un soggetto unitario e plurale della sinistra. Quella in cui viviamo oggi è, dal punto di vista simbolico la società dei “pari” e delle “caste”, una schematizzazione banale ma comprensibile sul livello di massa che non investe più, solamente i rapporti materiali nella società, ma investe le forme organizzate e in particolar modo i partiti, in maniera più profonda quelli della sinistra. Essi vivono oggi una doppia crisi, in termini di efficacia, e rispetto alla loro forma organizzativa. I “pari” come agire politico e sociale, scambiano saperi tra loro in maniera orizzontale generando di fatto una intellettualità diffusa, utilizzano la rete ( pensiamo ai blog) come strumento fusionale dell’azione politica e sociale, organizzano scioperi e manifestazioni, blocchi stradali, rave party per sms. I pari vivono una condizione di similitudine immediata, a volte simbolica a volte materiale altre volte ludica, che li rende partecipi di un sentire comune con uno specifico patrimonio simbolico. Il fatto che i pari abbiano sviluppato una critica senza mediazioni alle forme verticali della politica, deve essere guardato con estrema attenzione, perché è proprio partendo da questi fattori che possiamo tentare di introdurre elementi d’innovazione per affrontare la fase attuale. Per una forma organizzativa come la nostra, diventa fondamentale definire un’insieme di norme e prassi che permettono processi di identificazione con il nostro blocco sociale di riferimento, e questo può avvenire rimettendo la questione morale e una nuova “diversità” come elementi centrali nel processo di riforma del partito. Non solo quindi concepire un’organizzazione politica sempre più paritaria che disperde il potere al suo interno, ma anche quello di concepire un’organizzazione in cui ci siano scarti minimi tra vertice e base, perché è in questa separazione che l’antipolitica trova terreno fertile. Per questo pensiamo che sia necessario affrontare senza mezzi termini, a partire dal nostro statuto il tema degli stipendi ( che non possono essere distanti da quelli di chi vogliamo rappresentare), dei doppi incarichi, fino alla questione della revoca del mandato, oltre che ovviamente alle altre questioni aperte nella conferenza di Carrara. Elementi questi utili per evitare la deriva burocratica che ha attraversato la storia delle organizzazioni del movimento operaio e segnare una profonda discontinuità. Un partito è veramente diverso quando è diversa la sua “unità minima”, la sua cellula elementare, che è il circolo territoriale. Per questo è necessario spostare il baricentro dalla militanza politica stile “ totale” idelogica – (anni 70) e mettere a valore quella militanza fatta di competenze adesione a progetti emersa dall’inchiesta sul partito fatta dal PRC . Insomma, nel nostro caso, occorre che il circolo territoriale che ha soprattutto funzione di discussione e propaganda politica si trasformi nel circolo che ha soprattutto una funzione di organizzare una risposta diretta ad un bisogno sociale immediato. Per ricostruire la nostra legittimità occorre riscoprire l’umiltà del lavoro quotidiano come spazio fondamentale d’inchiesta e azione politica e sociale. Pensiamo che il divenire della sinistra in partito sociale, fusionale e plurale, di genere, inteso come risposta organizzativa alla deriva populista che sta subendo il nostro paese, sia l’unico elemento che ci permette di entrare in sintonia con i ceti popolari e costruire percorsi di conflitto per attraversare da sinistra la crisi della società prodotta dal neoliberismo. Il richiamo al Marx del partito sociale diviene in questa fase storica estremamente importante, perchè le trasformazioni sociali che qui non indaghiamo in maniera analitica, non stanno soltanto prefigurando uno stato sociale minimo e caritatevole, non stanno sempre di più atomizzando e impoverendo le classi popolari, ma stanno indebolendo anche alcune esperienze che in qualche modo avevano costruito sul terreno della solidarietà sociale una propria legittimazione. Gran parte della cooperazione sociale in questa fase, fatte le dovute eccezioni, è sostanzialmente in una deriva economicista che ha reso questo spazio sterile sul versante della promozione dei diritti civili e sociali. Occorre allora intervenire direttamente in questo spazio, che è spazio di costruzione di nuova cittadinanza in maniera articolata, tentando di sviluppare in una forma aperta e fusionale con i soggetti del territorio interessati ( cooperative, associazioni formali e non ) elementi di azione sociale diretta (costruzione di mense e palestre popolari, gruppi di acquisto contro il caro vita, sportelli sociali sui diritti, corsi di lingua per migranti e di alfabetizzazione informatica, asili nido popolari,mercati del libro usato ) . E ‘del tutto evidente che di per se’ la connessione da ristabilire con la solitudine di una classe, simbolicamente e drammaticamente manifestatasi nei funerali degli operai della Tyssen a Torino, non può essere risolta solo sui punti che abbiamo affrontato, ma è altrettanto vero che senza l’unione di pratica dell’obiettivo e di contemporanea vertenza politica per la generalizzazione dell’obiettivo stesso tutto diventerebbe più difficile. La connessione tra sociale e politico non risolta dal congresso di Venezia rimane per noi il nodo da sciogliere , l’alternativa di società l’ orizzonte, il processo unitario la strada da percorrere .

    Piobbichi Francesco – dipartimento politiche sociali PRC

    Favilli (Resp. Coord. Grandi Gruppi Industr. Prc)

    Vittorio Mantelli – Dipartimeno inchiesta PRC

    Simone Sallusti – Resp. Organizzazione segreteria PRC ROMA

    CASE DELLA SINISTRA, UNA RISORSA APERTA PER LA COOPERAZIONE SOCIALE

    All’accellerazione del processo unitario, prodottasi per effetto della crisi di governo, occorre contribuire da subito aprendo la riflessione sulle forme organizzative dell’agire politico, e dalle regole che queste si danno. Viviamo in una società in cui i nuovi ceti popolari sono atomizzati, e dove la guerra tra poveri, fomentata dalla retorica del capro espiatorio è la linfa vitale dalla quale traggono consenso le classi dominanti. E’ un presente ansioso che ha spiazzato la sinistra storica, sconfitta e lasciata senza parole dopo decenni di lotta, senza più le pratiche per intervenire nello spazio della quotidianità in una società trasformata, scomparsa di fatto nel vissuto di lavoratori e dalle condizioni di vita dei nuovi ceti popolari. Se vogliamo proporre l’alternativa di società, occorre partire da questi elementi, e lavorare più in basso di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Per questo, pur comprendendo le critiche, riteniamo sterile il dibattito che si è aperto in questi giorni sulla questione del simbolo. Non c’è mai piaciuta la diatriba tra chi è avvinghiato ai simboli per non cambiare nulla come quella di chi, in nome del continuo cambiamento, lascia inalterato il tutto nelle forme organizzative. Per questo riteniamo necessario segnare uno spartiacque, nel percorso della Sinistra Arcobaleno a partire dalle forme e dalle regole che questa si da. Senza indagare a fondo gli elementi che producono uno scarto tra il politico ed il sociale rischiamo di compiere un mezzo passo. Questo non è un discorso generazionale, ( non è l’età ad evitare le derive burocratiche dei partiti o delle strutture di movimento ) ma il tentativo di dislocare il processo della sinistra arcobaleno in avanti. La retorica di mettersi insieme per evitare la scomparsa della sinistra, mantenendo le stesse forme classiche dell’agire politico, non ci convince, noi non stiamo costruendo la sinistra arcobaleno per far sopravvive la sinistra, lo stiamo facendo per trasformare la società, e per far questo occorre dotarsi degli strumenti necessari. Per questo motivo il convegno sulle case della sinistra, che si terrà nella metà di marzo, assume un significato particolare, perché si colloca nel momento in cui più forte si sente il contributo per aprire in maniera allargata la discussione sulle forme organizzate dell’agire politico. Partiamo allora dagli elementi semplici, dai luoghi, da quelli che esistono e da quelli che si creeranno in futuro, e definiamoli “Case della Sinistra”, intese come spazi pubblici di discussione ma soprattutto, intese come spazi in cui si riduce lo scarto tra la nostra proposta politica e le pratiche quotidiane. Rimaniamo colpiti dal fatto che le ACLI di Venezia stanno organizzando dei gruppi di acquisto solidali contro il caro vita che riescono a ridurre i prezzi dei generi alimentari del 20% ( delle patate e delle zucchine molto di più! ) senza che nessuno provi a vedere che in questa attività, semplice e al tempo spesso radicale, c’è un’elemento fondamentale, la pratica coincide con la proposta. Pensiamo il significato di una tale iniziativa nella fabbrica di Mirafiori o in un quartiere popolare di una città metropolitana, pensiamo cosa potrebbe voler dire assumere per la Sinistra Arcobaleno questa pratica all’interno di una lotta generalizzata contro il caro vita per bloccare i prezzi di prima necessità. Pensiamo cosa potrebbe significare sul livello simbolico e materiale strutturare un progetto nazionale fatto di decine di migliaia di persone, di centri sociali, sindacati di base, pensionati, studenti universitari ed immigrati che utilizzino le case della sinistra come “risorsa” in cui appoggiarsi per arrivare a fine mese e contrattare direttamente dal fornitore il prezzo dei prodotti. Ci siamo chiesti perché le strutture di rete, di acquisto, di mobilitazione, riescono in questa fase storica, in maniera più incisiva dei partiti e dei soggetti intermedi, ad incidere e legittimarsi socialmente. La risposta che ci siamo dati è più semplice di quanto si pensi, gli appartenenti alle reti, che eccedono il concetto stesso della comunità, si considerano “pari” tra loro, vivono una condizione di similitudine, ed insieme cooperano e scambiano saperi come in poche volte era successo nella storia delle organizzazioni sociali moderne, pensiamo alla pratica del peer to peer. Perché allora non concepire le Case della Sinistra come “risorsa aperta” per questo tipo di cooperazione sociale. Che sia un gruppo di acquisto, un corso di alfabetizzazione, o un mercatino per lo scambio dei libri usati, che sia un luogo per incontrarsi e ricostruire il legame sociale, una palestra a prezzi popolari o una mensa, una banca del tempo, poco importa, quello che ci sembra significativo in questa fase, è iniziare a ragionare concretamente con quali pratiche vogliamo riempire i nostri luoghi, e soprattutto come con essi ricostruiamo una nostra differenza nella percezione comune. Il nostro blocco sociale di riferimento, dai precari ai lavoratori autonomi di seconda generazione, fatto di pensionati e lavoratori intellettuali, di donne, migranti e giovani delle periferie, per avere una speranza dalla Sinistra, deve trovare in essa una risorsa nel territorio. Non è la rivoluzione, ma è vero che per costruire un altro mondo possibile, occorre sopravvivere socialmente e materialmente nel mondo grande e terribile nel quale viviamo tutti i giorni.

    Piobbichi Francesco - Politiche sociali PRCElio Bonfanti - Forum Sinistra Europeaarticolo uscito su liberazione sabato 22 febbraio
    Stipendi degli eletti e partito sociale

    Pubblicato on Marzo 12, 2008

    Continua il dibattito dentro al PRC sul Partito Sociale, segnaliamo due articoli sulla questione della forma partito, etica della politica, e questione morale

    Caro Giovanni, hai ragione fino a quando gli stipendi dei nostri eletti saranno più simili a quelli dei padroni, non potremmo aspettarci altro che diffidenza dal blocco sociale che vogliamo rappresentare. L’etica politica ridiventa - dici giustamente nel tuo articolo di domenica giovanni-russo-spena.doc - un paradigma fondativo della “questione morale”: il popolo di sinistra è disorientato, è disincantato. Sarebbe beffardo che venissimo colpiti proprio noi. Ho una certa esperienza della strada, ed è un po’ che dico e scrivo, che il terreno sul quale investire, anche in questa campagna elettorale è quello della quotidianità, del vissuto materiale delle persone, spazio difficile da conquistare quando ti senti dire che sei esattamente come gli altri. L’errore che in molti stanno commettendo, anche quelli che in qualche modo immaginano una sinistra unita, è proprio quello di superare questa enorme difficoltà del nostro agire sociale sulla quotidianità con un’accordo fra segreterie e nel migliore dei casi, fra queste e il ceto politico di movimento. Sarò franco, alcuni segnali, come l’aver inserito nei criteri delle nostre liste, quello della presenza paritaria di donne e di uomini e il limite del doppio mandato, sono segnali importanti ma ancora insufficienti. Il solco tra politica e sociale non si richiude dall’alto, ma dal lavoro nel basso, nel vivo delle contraddizioni sociali che viviamo ogni giorno, o siamo presenti in quello spazio di tempo o semplicemente non siamo. Il punto è infatti concepire un’organizzazione politica che attraversi da sinistra la crisi della politica, che è crisi della società. Un’organizzazione che sviluppi un prevalente sociale, connettivo e mutualistico, vertenziale e rivendicativo nelle quotidianità, a partire dalla borsa della spesa fino al diritto allo sport. Occorre insomma prendere spunto da quelle pratiche che si sono sviluppare nella società in questi anni per sostenerle e riproporle in termini di massa rispettando e favorendo la loro autonomia. Penso ai gruppi di acquisto contro il caro vita, alle palestre popolari, alle banche del tempo, alle Mutue Autogestite, alle mense popolari e agli asili nido autogestiti, ai mercatini del libro e chi più ne ha più ne metta. Per fare tutto questo non c’è solo bisogno di formare nuovi militanti sociali in grado di gestire questo processo, non c’è solo bisogno di ripensare i nostri luoghi, ci sarà bisogno anche di soldi, di tanti soldi. Oggi gli eletti, appartenenti alla nostra organizzazione versano al partito il 50 % dei loro compensi, ed è una parte consistente. Questo però non è sufficiente, perchè è il soggetto “partito” in se ad essere pecepito come soggetto distaccato dalla società nel migliore dei casi. Anche per questo penso penso che si dovrebbe destinare un’altra parte, aggiuntiva, dello stipendio dei nostri eletti, alla costruzione del partito sociale. So che molte e molti già lo fanno, ad esempio finanziando sui territori le prime esperienze di Case della sinistra; ma sarebbe utile che questa pratica fosse generalizzata e leggibile come pratica collettiva. Otterremmo così due importanti effetti, il primo è che dal punto di vista simbolico si affermerebbe un’organizzazione coerente, i cui membri anche quando sono eletti sono parte di un modello orizzontale della nostra organizzazione, in cui la dimensione politica e quella sociale sono connesse. Il secondo è che si avrebbe a disposizione un’ulteriore quantità di risorse per dare risposte alla quotidianità, sviluppando il partito sociale mentre sviluppiamo la nostra battaglia politica. Per far questo non penso che ci sia bisogno di normative, sono convinto che al prossimo congresso dovremmo stabilire un tetto massimo valido per tutti come ha fatto in Olanda il Partito del Pomodoro, ma nell’attesa nulla vieta che a titolo volontario le candidate e i candidati del Prc dichiarino la loro disponibilità a stare in connessione non solo di presenza e di rappresentanza, ma anche sotto il profilo economico con le lotte e le vertenze sociali. Tra l’altro, questo sarebbe anche il modo per far vivere in campagna elettorale la nostra proposta di alternativa di società.

    Piobbichi Francesco Politiche Sociali PRC

    Da dove trae linfa vitale (consenso) un partito politico? Dal marketing, se puoi contare su cospicui finanziamenti (ogni voto - in teoria - vale uno, ma costa diversamente). Dal carisma del capo, se sei ben piazzato nel palcoscenico della rappresentazione che la politica da di sé. Dal collante identitario, se ha un’idea olistica di società, in grado di dare una spiegazione al mondo e pensa di avere preconfezionata una risposta ad ogni cosa.
    Viceversa una forza politica che persegua l’obiettivo della trasformazione della società non può che trarre la propria forza dai soggetti vitali che confliggono per trasformare la società. Un gioco di parole, tautologico che ci permette però di capire la lunga parabola dei tradizionali partiti politici di massa della sinistra, ma anche la possibile via di uscita.
    Come descrive benissimo Pino Ferraris nel suo saggio “Politica e società nel movimento operaio” nell’ultimo numero di Alternative per il socialismo , la forma partito che il movimento operaio si è storicamente dato, non è sempre stata quella che conosciamo e che abbiamo continuato a praticare. Essa prevale con Kausky, Turati e Lenin e deriva da una idea di partito come strumento di conquista del potere statale, “organizzazione di combattimento” centralizzata, gerarchica, sovraordinata alle organizzazioni di massa (sindacati, associazionismo). Ai partiti operai nel corso del novecento vengono affidati i compiti di “mobilitazione controllata” delle masse, dalla partecipazione alla prima guerra mondiale alla mobilitazione nazionale per la ricostruzione industriale del “patto fordista” in una simbiosi sempre più stretta tra partiti e stato, con o senza la loro partecipazione diretta ai governi. Ferraris cita Katz a proposito della crisi dei partiti politici: “Associazioni di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali”. I partiti diventano i “partiti delle cariche pubbliche” e si allentano i legami con i ceti e i raggruppamenti sociali di riferimento.
    Avrebbe potuto andare diversamente. Altri modelli di partiti operai erano in campo, ispirati all’esperienza comunalista e federalista della Comune di Parigi. Libere associazioni volontarie, solidali, orizzontali, mutualistiche, portatrici di una politicizzazione pervasiva delle masse e di una cultura dai forti contenuti etici. Federazioni di raggruppamenti economici e sociali, leghe di resistenza e cooperative che oggi potremmo chiamare di altra-economia. Dice sempre Ferraris: un modello di “partito sociale” che operava concretamente per realizzare elementi di “altra società” dentro la società. Al contrario del “partito politico” che si strutturava come uno “stato nello stato”.
    Tutto questo ha qualche cosa da dirci ancora oggi?
    Siamo ad un tornante stretto della storia della democrazia. Sono riusciti a chiudere le porte dei parlamenti alle rappresentanze portatrici di idee di società alternative e di pratiche antagoniste. In Italia non ci hanno lasciato nemmeno il “diritto di tribuna”! Hanno bisogno di stabilità assoluta, di governance . Le assemblee elettive non sono più praticabili dai movimenti di massa per il cambiamento. Un’ipotesi di trasformazione della società non può che passare attraverso «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse» (Ferraris, p.55). L’azione dei comunisti deve quindi ricentrarsi, rovesciarsi nelle pratiche sociali, nel fare società, nell’autogestione dal basso, nella pratica dell’obiettivo, nella costituzione di elementi di un’altra società possibile. Questa rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa devono trovare il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche. Servono forme e contenuti delle politica radicalmente nuovi «che siano in grado di far convergere, nel rispetto delle diversità, uno spettro arcobaleno di pratiche e culture sociali; forme che permettano di governare la tensione tra globale e locale con reti territoriali di cooperanti autonomie» (Ferraris, p.60). Un “partito sociale”, forse. Sicuramente non più un partito separato dai movimenti e dalla società civile.

    Paolo Cacciari
    22/04/200

    Il Partito Sociale, per sfidare l’orizzonte

    Qual è il gesto elementare del militante del partito politico? Distribuire un volantino, poniamo, contro il carovita. E qual è, invece, quello del militante del “partito sociale”? Costruire un gruppo d’acquisto solidale, ossia praticare l’obiettivo, far crescere l’autorganizzazione, creare legame sociale, acquisire nel concreto la fiducia del “popolo”. E poi, certo, distribuire il volantino. Di partito sociale ha scritto recentemente su Liberazione, sulla scorta di un articolo di Pino Ferraris, Paolo Cacciari. Da tempo stiamo lavorando su una ipotesi analoga, e pensiamo che, se non si svolta verso il partito sociale, ogni richiamo a “tornare ai territori”, a “radicarsi nelle masse” sia vacuo e ripetitivo, e si traduca, appunto solo nel distribuire qualche volantino in più alla gente, nei mercati. Cosa utilissima. Ma insufficiente quando bisogna ritrovare una connessione con il popolo che non può più essere puramente ideologica o puramente politica: deve essere pratica, deve costruire esempi alternativi visibili: asili autorganizzati, palestre popolari, sportelli informativi. Si tratta di intrecciare le pratiche del militante e quelle del “volontario” e si tratta, soprattutto, di costruire un rapporto tra pari: al gruppo d’acquisto partecipi anche tu, perché anche tu vivi la stessa condizione di precarietà e di povertà crescente, perché anche tu sei “popolo”. Al rapporto verticale va sostituito un rapporto simbiotico. Lo scollamento fra politica e società (che peraltro sembra riguardare soprattutto noi) può essere ridotto solo se l’organizzazione politica lo riduce, immediatamente, nel suo funzionamento elementare.
    Non sarebbe un’ esperienza inedita. I movimenti di emancipazione si radicano non solo organizzando conflitti, ma anche (o addirittura soprattutto) organizzando quei servizi che lo Stato non garantisce ancora o, come nel nostro caso, non garantisce più. Il partito sociale di oggi offre una risposta concreta (anche se insufficiente) alla crisi del welfare, mobilita attitudini positive sia nel popolo che nei propri aderenti perché costringe questi ultimi a diventare competenti, ad essere esperti non più solo in retorica politica, ma anche in lavoro sociale. E può attrarre, proprio per questo, anche molti di quei lavoratori (e soprattutto lavoratrici) sociali che sono parte crescente – e priva di rappresentanza – del nuovo proletariato. Favorendo un rapporto effettivo col popolo ed anche con nuove leve di lavoratori e lavoratrici il partito sociale può finalmente consentire anche a noi quell’apertura alla società che finora – bisogna riconoscerlo – è riuscita solo ai partiti di destra. Certo, la destra si è aperta ai lati negativi della società, ha prodotto mobilitazione populista (e quindi xenofobia), permeabilità ai gruppi di interesse (e quindi eclettismo), informalità decisionale (e quindi leaderismo), costruzione di carriere (e quindi opportunismo), legittimazione di personale politico proveniente da imprese o da apparati di stato (e quindi subordinazione ai ceti dominanti). Ma noi non ci siamo aperti a nulla, e a volte abbiamo riprodotto almeno una parte di quell’apertura negativa.
    Ma la questione del partito sociale ha anche un altro aspetto, che riguarda la relazione che il partito “classico” costruisce coi movimenti e le associazioni. I due aspetti non devono essere confusi. Sarebbe infatti un grave errore credere che risolvendo il rapporto coi movimenti si risolverebbe anche il rapporto col popolo. Così come commetterebbero un grave errore quei movimenti (o quei ceti di movimento) che col popolo ritenessero di identificarsi. La necessaria “riconversione sociale” riguarda soprattutto il partito, ma anche i movimenti possono soffrire di chiusure (fatte di linguaggi e stili di vita separati) che ne riducono l’enorme potenziale di diffusione. Pratica sociale per tutti, quindi, anche come costruzione di un terreno d’incontro.
    Un terreno d’incontro che va costruito anche su un altro punto. Cacciari conclude il suo ottimo intervento dicendo che la “rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa” deve trovare “il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche”. Se il partito ha infatti dimostrato la sua (momentanea?) impotenza ad incidere sulla decisione politica (e senz’altro l’impotenza a riuscirci da solo), i movimenti e le esperienze di democrazia diffusa non hanno ancora fatto il salto invocato da Cacciari. Non hanno ancora costruito appieno le reti orizzontali, ma non hanno nemmeno trovato i canali “verticali” – se non, a volte, in forme lobbistiche e concertative. Questo è il punto non risolto, la domanda, inevasa, di Genova. Una domanda che, in realtà, serpeggia dal ’68: è possibile una politica efficace, capace di incidere sulle grandi decisioni pubbliche, che eviti le insidie della forma-partito? Finché la società sembrava evolversi “naturalmente” verso un qualche “progresso” ci si poteva forse accontentare di costruire “gruppi di pressione pubblici”, di codificare stili di vita alternativi, di depositare valori. Oggi che questo non accade più, oggi che non basta agire di rimessa per correggere le politiche altrui, ma bisogna imporre (e con urgenza) politiche differenti, i movimenti cercano vie ulteriori. E le soluzioni possibili ci sembrano almeno tre: fine del partito, partito di movimento, sistema d’azione plurale. La prima prende atto della scomparsa della sinistra politica e si affida alla sola sinistra sociale ed alla sua capacità di pressione: ma così si rischierebbe, a nostro avviso, di assecondare l’americanizzazione. La seconda conduce ad un nuovo partito sulla scorta dello spesso evocato “modello francese”: ma quel modello non era esente da difetti che oggi potrebbero essere moltiplicati da quella tendenza ad associare frammentazione decisionale e ricomposizione leaderistica che oggi attraversa tutti i partiti. La terza assume invece l’attuale compresenza di partiti, movimenti ed associazioni come un fatto che aumenta il repertorio delle nostre iniziative e delle nostre relazioni con la società, e la valorizza attraverso patti politici che ottimizzino le possibilità insite in un sistema d’azione plurale.
    Questa ci sembra, qui ed ora, la risposta migliore. Ed il partito sociale, nella sua doppia accezione di rete di esperienze molteplici e di rapporto pratico-simbiotico col popolo, può muoversi in questa direzione. Può situarsi al punto d’incrocio tra movimenti che si “politicizzano” e partiti che si “socializzano”, superando l’illusione dell’autosufficienza che sarebbe nociva agli uni ed agli altri.

    Mimmo Porcaro

    Piobbichi Francesco

  28. 28 Luca Carraro

    Caro Alessandro,
    penso che sia un errore mettere in contrapposizione lavoro istituzionale e azione sociale ( per non scordare la battaglia culturale, ma per quella si deve tornare tutti a studiare per davvero, e non intendo solo i “classici” ).
    Una forza politica che non sia in grado di coniugare all’intransigenza un po’ di sano pragmatismo, e un pizzico di demagogia non va molto lontano.
    Se pensassimo, ad esempio, di essere in grado di sopravvivere a lungo fuori dalle istituzioni, senza possibilità di esprimere capacità di governo, che sono tutt’altra cosa rispetto all’appiattimento governista, beh penso che saremmo preda di un colossale abbaglio. Ma su questo si può discutere.
    Quello che invece ti chiedo è semplice: pensi che le nostre proposte degli ultimi anni siano ben presenti alla nostra gente? Io non credo, spesso perché abbiamo disperso la nostra azione in mille rivoli senza fissarci su due, tre proposte concrete da portare come bandiera. Due, Tre proposte da far viaggiare tra le persone. Magari come referendum.
    Se oggi lanciassimo un campagna per l’abolizione del pacchetto Treu e della Legge 30 (prima che lo faccia Grillo un volta tanto!) non sarebbe una bella battaglia?. Se non altro sarebbe bello vedere Governo e Opposizione che fanno a gara per darci dei demagoghi.
    Certo se invece pensiamo che i lavoratori si faranno convincere dai bizantinismi del nostro dibattito interno, nonché dal nostro bagaglio di slogan d’antan, forse siamo fuori strada.

    Un fraterno saluto.
    Luca

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